p. Francesco Pierli MCCJ
Introduzione
Avviandoci verso la conclusione di queste riflessioni, potremmo sentirci interpellati su come dare slancio ed energia a un ministero JPIC così complesso e sfaccettato. Esso tocca gli stili di vita, le iniziative ministeriali, la collaborazione e il lavoro in rete, arrivando talvolta a comportare rischi per la propria vita e forme di advocacy incisive. Per questo è necessaria una forte spiritualità, di cui presentiamo qui alcuni aspetti fondamentali.
Discepoli del Gesù storico: il buon pastore dal cuore trafitto
Il primo aspetto consiste nell’incontrare e interiorizzare sempre di più il Gesù storico. Egli comprese il proprio ministero così come lo presentò nella sinagoga di Nazaret, quando scelse il celebre passo di Isaia 61: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e a proclamare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,17–19). Gesù si vede come il catalizzatore del processo attraverso il quale il giubileo si rende attuale nelle concrete circostanze storiche vissute dai popoli. Al cuore di questa attualizzazione stanno le promesse di Dio, annunciate dai profeti dell’Antico Testamento, riguardanti la liberazione da ogni forma di schiavitù – cecità, morte, prigionia, debito – e l’offerta di un anno di pieno shalom. Nel giubileo, le dimensioni religiosa e sociale non sono separate, ma strettamente interconnesse secondo l’antropologia e la cosmologia bibliche. Inoltre, il passo del profeta Isaia citato da Gesù è oggi al centro di una rinnovata visione della teologia e dell’azione missionaria: la missione viene così meglio compresa sullo sfondo del Regno di Dio, più che sulla sola edificazione della Chiesa come in Mt 28,18-20.
L’attenzione al Gesù storico è inoltre il presupposto della spiritualità comboniana del Cuore di Gesù, impossibile senza il recupero del Logos storico e umanizzato. Essa si colloca nel grande filone della storia del cristianesimo che riscopre sempre più la storicità e l’umanità di Gesù: dal presepe della grande tradizione francescana, al Gesù dei grandi mistici del Medioevo come santa Matilde di Magdeburgo e Ildegarda di Bingen, fino al Gesù storico del movimento gesuitico dei secoli XVI e XVII contro i giansenisti, che sminuivano il mistero e la logica dell’incarnazione. Il Concilio Vaticano II esalta l’umanità di Gesù con le celebri parole della Gaudium et Spes (22): «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nato da Maria Vergine, è diventato veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato». È il Gesù fortemente delineato nella Dottrina Sociale della Chiesa e profondamente identificato con i poveri.
Il Regno di Dio: il Dio trinitario
Il Gesù storico è totalmente orientato al Regno di Dio. Ricordiamo le parole di Marco (1,14-15): «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”». Gesù sentiva che il Regno di Dio si rendeva presente in modo unico in lui e attraverso di lui. In altre parole, il Regno di Dio è profondamente trinitario. Questa dimensione trinitaria sottolinea le dinamiche della fraternità, della solidarietà, delle relazioni interpersonali, dell’accoglienza reciproca, del perdono, della riconciliazione, del dialogo e della non violenza nella risoluzione dei conflitti e in tutte le relazioni. Non dimentichiamo che il concetto biblico di giustizia è centrato su relazioni sane e giuste: con Dio, tra tutti gli esseri umani nella solidarietà, con il creato e con se stessi come figli e figlie di Dio.
Il concetto di Regno di Dio è ampiamente sviluppato nel capitolo 2 dell’enciclica missionaria Redemptoris missio, dove la Chiesa è presentata come «seme, segno e strumento» (RM 18) del Regno e al suo servizio. Una spiritualità orientata al Regno di Dio richiede una profonda attenzione alla storia, in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. È una storia in cui il mistero del male è profondamente radicato nel peccato personale, nel peccato sociale e nelle strutture di peccato: strutture che diffondono morte, sfruttamento, corruzione, inquinamento e ogni forma di schiavitù – in particolare oggi lo sfruttamento sessuale di bambini e donne – insieme a ogni tipo di aggressione predatoria alle risorse naturali come foreste, acqua e minerali. Tale spiritualità chiama alla denuncia di ogni forma di peccato e alla conversione personale e sociale, alla riconciliazione personale e sociale.
Il Regno di Dio porta una profonda trasformazione della realtà storica: nuovi tipi di relazioni di potere e di relazioni umane, che influenzano anche le strutture sociali. Tuttavia, il Regno di Dio si inaugura attraverso l’esperienza vissuta del mistero pasquale: una spiritualità JPIC richiede di lasciarsi attraversare realmente da questa esperienza nella storia, nella propria vita concreta. Comboni ne è un esempio emblematico e ci ha lasciato alcuni chiari punti di riferimento, una sorta di mappa per guidare il nostro cammino ministeriale:
= Croce: la nostra esperienza personale che è «ai piedi della croce» che avvengono le trasformazioni più radicali; questo è il primo pilastro della nostra spiritualità JPIC come Missionari Comboniani.
= Fiducia in Dio: un atteggiamento fondamentale che sostiene il nostro cammino di fronte a situazioni senza speranza, quando – non di rado – ci troviamo confrontati con eventi, forze e condizioni che superano di gran lunga la nostra capacità di affrontarle e cambiarle.
= Causa comune: in una spiritualità di trasformazione e del mistero pasquale, l’opzione per i poveri non è una semplice “opzione”, ma un requisito necessario. Come ha mostrato con forza Walter Brueggemann nella sua opera fondamentale The Prophetic Imagination, la profezia comporta due movimenti: una critica radicale dei sistemi di dominio e delle strutture sociali oppressive, e una proposta altrettanto radicale di una possibilità nuova, ancora inesplorata. Entrambe queste dimensioni, spiega Brueggemann, necessitano dell’esperienza e della prospettiva degli oppressi, di coloro che soffrono ingiustizie disumanizzanti. È in essi che lo Spirito smaschera le false pretese dei sistemi ingiusti, che giustificano e razionalizzano i propri presupposti e le proprie promesse ingannevoli: poiché i poveri vivono nella propria carne le contraddizioni e l’esclusione prodotte dai sistemi di dominio, la loro esperienza e sofferenza rivelano le menzogne su cui possono essere costruite le società. Allo stesso modo, l’immaginazione profetica nella tradizione biblica si fonda sulle lotte dei poveri per un mondo umanizzato, per rivelare nuove possibilità e un nuovo ordine sociale nella storia basato su relazioni che generano vita.
= Cenacolo di apostoli: un ministero di trasformazione sociale non può avvenire in isolamento. Esso richiede comunità evangelizzatrici e collaborazione con tutte le persone di buona volontà, nelle quali i segni e i valori del Regno sono già vissuti e anticipati e dove si compie un serio discernimento.
Contemplazione e incarnazione – oltre ogni dicotomia
Ricordiamo la celebre affermazione di Giovanni Paolo II in Redemptoris missio 91: «Il missionario deve essere un contemplativo nell’azione; egli trova risposte ai problemi alla luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. Il contatto con i rappresentanti delle tradizioni spirituali non cristiane, in particolare quelle dell’Asia, mi ha confermato nella convinzione che il futuro della missione dipende in larga misura dalla contemplazione». Se il missionario non è un contemplativo, non può proclamare Cristo in modo credibile. È testimone dell’esperienza di Dio e deve poter dire con gli apostoli: «Ciò che abbiamo visto… riguardo alla Parola della vita… noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1-3).
Nel contesto dell’integrità del creato, la contemplazione si amplia e si approfondisce alla luce della gloria biblica di Dio: il creato è la gloria di Dio. Il Dio invisibile è presente nella creazione, che è sua manifestazione e rivelazione. Per questo la creazione è sacra, una convinzione presente in tutte le religioni. La teologia dei sacramenti, in altre parole, ci ricorda la stessa verità: tutta la creazione ha un valore sacramentale che rivela e comunica il mistero di Dio in noi.
La sacralità si è in parte perduta quando la creazione è diventata un oggetto per la mente scientifica. La rivoluzione industriale e quella scientifica hanno trasformato sempre più la creazione in un oggetto verso cui l’essere umano si rapporta in modo aggressivo, per usarla e sfruttarla. Oggi è giunto il momento di riscoprire la sacralità del creato, di risvegliarsi alla consapevolezza che nulla è profano e di accogliere il messaggio di tutte le religioni e delle culture che nutrono un profondo rispetto per la creazione e la sua sacralità. È ciò che afferma il Salmo (8,4-5):
«Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato».
Attraverso la contemplazione, la creazione diventa manifestazione di Dio, con al vertice l’essere umano, come afferma anche Gesù (Mt 25,40): «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
La contemplazione ci permette di vivere e vedere il mondo come il tempio in cui Dio è presente. Gli elementi storici diventano manifestazione dell’eterno; il terreno è abitato e guidato dalla realtà spirituale e la rivela. Pensare in termini di dualismi – divino e umano, eterno e storico, naturale e soprannaturale, storia profana e storia della salvezza – è frutto dell’influsso greco; la Bibbia, invece, propone un approccio olistico e complementare, fondamentale per una spiritualità ministeriale.
Dalla proprietà alla custodia – da consumatori a co-creatori
La spiritualità di cui parliamo chiede una riscoperta del concetto biblico di custodia (stewardship) nei confronti della creazione. Negli ultimi 500 anni, a partire dall’avvento della modernità, la rivoluzione scientifica e poi quella industriale hanno innescato una competizione aggressiva, consumistica, orientata al mercato e al profitto, accompagnata da un atteggiamento di dominio sulla creazione. La sacralità di cui si è parlato è stata progressivamente cancellata. Il mondo del Nord ha manifestato sempre più un atteggiamento di potere assoluto sulla creazione, senza rendere conto a nessuno. A sostegno di ciò veniva citato il passo della Genesi: «Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela; dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1,28). Oggi, grazie a una conoscenza più profonda della Bibbia e alla lettura di questo passo nel contesto dell’intera Scrittura, comprendiamo sempre più che tali parole vanno interpretate nella prospettiva della custodia. Alcuni vedono in esse l’affidamento da parte di Dio della creazione all’umanità, affinché continui il processo creativo in alleanza con Dio, non contro Dio. L’umanità è vista come in cammino nella storia verso la pienezza della vita e della creazione, in solidarietà da una generazione all’altra.
Nella visione cristiana siamo custodi della creazione, responsabili davanti a Dio e davanti alla comunità umana. In tutte le società e culture tradizionali non esiste la proprietà individuale in senso assoluto. Questi valori vanno recuperati e reinterpretati, nella consapevolezza che un approccio individualistico alla creazione è profondamente negativo e, a lungo termine, autodistruttivo. Nella Dottrina Sociale della Chiesa, la destinazione universale dei beni è uno dei principi fondamentali. Di conseguenza, la spiritualità che proponiamo deve tradursi in uno stile di vita sobrio. Gli stessi voti religiosi vanno reinterpretati come espressioni concrete di questa spiritualità, fortemente controculturale rispetto al consumismo, alla massimizzazione del profitto, all’edonismo e alla violenza. Essi sono infatti al servizio della promozione di una civiltà dell’amore, fortemente sostenuta da Paolo VI e da tutti i suoi successori.




