fr Alberto Parise MCCJ
Immaginate di essere al timone di una nave. Fino a qualche anno fa, affrontavamo una tempesta alla volta: una crisi finanziaria, poi una pandemica, forse un uragano. Era difficile, ma sapevamo cosa affrontare. Oggi, quella nave è nel mezzo di un oceano in cui si sono scatenate simultaneamente cinque tempeste diverse, che si scontrano e si alimentano a vicenda. Il vento di una spinge le onde dell’altra, la pioggia di una terza inonda la sala macchine e così via.
Non stiamo più vivendo un’era di crisi multiple, ma un’unica, grande “policrisi”.
È questo il concetto, lanciato al Forum di Davos nel 2023, che esploreremo insieme oggi. Capiremo cos’è, perché è diverso da tutto ciò che abbiamo visto prima e quali sono i suoi elementi costitutivi.
I. Cos’è la Policrisi? Oltre la Semplice Somma dei Problemi
“Spesso sentiamo dire: ‘Abbiamo troppe crisi in corso’. Ma la policrisi non è solo una lista della spesa di problemi.
1. Sinergia negativa: le crisi non sono solo vicine; sono interconnesse. Si parlano, si influenzano. La crisi energetica non resta confinata alla bolletta del gas; fa impennare i costi dei fertilizzanti, che a sua volta fa esplodere il prezzo del pane in Egitto, alimentando instabilità sociale che ha ripercussioni geopolitiche. È un effetto domino globale.
2. L’effetto sistema: il comportamento del sistema policrisi è imprevedibile. È più della somma delle sue parti. Affrontare un singolo problema in modo isolato può peggiorarne altri. È come un mobile IKEA con le istruzioni sbagliate: serrare un bullone può far cedere un altro pannello.
3. Il paradosso della soluzione: questo è il cuore della sfida. Le soluzioni semplici non esistono più. Agire su un fronte senza considerare gli altri può essere controproducente. È il dilemma fondamentale della nostra epoca.
Analizziamo ora i cinque elementi principali, i punti focali di questa tempesta perfetta.

1. La crisi geopolitica
Il mondo mostra nel 2024–2025 un aumento marcato delle tensioni geopolitiche e militari, misurate sia da aumenti della spesa militare sia dalla persistenza di conflitti prolungati: la spesa militare mondiale ha raggiunto ~272,000 miliardi di USD nel 2024, un aumento del 9,4% annuo (il livello più alto mai registrato). Le crisi armate e politiche hanno prodotto uno smisurato numero di sfollati: ~123,2 milioni di persone forzatamente sfollate (fine 2024) e oltre 117 milioni a metà 2025 nelle stime UNHCR/Global Trends. Questo è uno dei livelli più alti mai registrati per il fenomeno della migrazione forzata.
La nozione di “Chaoslandia”, elaborata dal geopolitologo Lucio Caracciolo (fondatore e direttore di Limes), è una delle sue più efficaci metafore per descrivere il mondo contemporaneo post-bipolare, in particolare nel contesto del XXI secolo. Chaoslandia è, secondo Caracciolo, l’insieme delle aree del pianeta caratterizzate da frammentazione, instabilità e assenza di un ordine geopolitico stabile.
Non è un singolo Stato o un’entità geografica precisa, ma un “territorio mentale” e politico che identifica la condizione del mondo in cui viviamo: un sistema internazionale in cui nessuna potenza è in grado di imporre un ordine globale coerente. Caratteristiche di Chaoslandia:
- Fine dell’ordine bipolare e unipolare: Dopo la Guerra fredda, né gli Stati Uniti né altre potenze sono riuscite a creare un sistema stabile. Il mondo è multipolare, ma senza regole condivise.
- Frammentazione del potere:
- Stati deboli o falliti.
- Potenze regionali in competizione.
- Attori non statali (milizie, corporation, gruppi terroristici, ONG) che influenzano le dinamiche internazionali.
- Conflitti ibridi e diffusi: non più guerre “tradizionali” tra eserciti regolari, ma guerre asimmetriche, proxy wars, cyberconflitti e competizioni tecnologiche. Sanzioni estese, controllo sulle tecnologie critiche, restrizioni commerciali e utilizzo dei flussi economici come armi rendono la competizione più pervasiva e meno prevedibile. In varie occasioni papa Francesco ha descritto questo stato di cose come una terza guerra mondiale a pezzi.
- Percezione generalizzata di insicurezza: la paura e l’incertezza diventano strumenti politici: le potenze si difendono più che espandersi, e le società vivono in uno stato di “allarme permanente”.
- Crisi del multilateralismo e dello stato di diritto: prevalgono l’uso della forza e l’impunità, con un’erosione dei diritti umani e dei popoli, e la frammentazione della società civile.
“Chaoslandia” non è solo una descrizione della realtà, ma anche una chiave interpretativa:
- È la nuova normalità geopolitica del XXI secolo.
- Non esiste più un “centro” e una “periferia”: tutto può diventare epicentro di crisi.
- L’Europa, in particolare, vive ai margini di Chaoslandia, cercando di difendere un ordine che non controlla più.
- La geopolitica della paura (insicurezza, competizione, disinformazione) sostituisce la geopolitica classica degli equilibri stabili.
2. La crisi economica
La congiuntura economica del 2025 rappresenta la piena maturazione delle tendenze critiche emerse negli anni precedenti. Il mondo non sta vivendo una recessione sincronizzata classica, ma uno scenario complesso di “stagflazione leggera” (crescita anemica + inflazione persistente) aggravato dalla frammentazione geopolitica, con guerre commerciali e tecnologiche. Stiamo assistendo alla fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta. La rete globale si sta frammentando in blocchi rivali.
- 1. Il quadro macroeconomico: crescita stentata e inflazione persistente
- Crescita Globale: Il Fondo Monetario Internazionale, nelle sue previsioni aggiornate a inizio 2025, ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale al 2.7%, un tasso ben al di sotto della media storica e indicativo di un ristagno prolungato. L’area euro e la Cina segnano il passo, con crescita rispettivamente allo 0.8% e al 4.2% (il dato cinese è il più basso da decenni, esclusi gli anni di picco pandemico).
- Inflazione Persistente: Contrariamente alle previsioni ottimistiche, l’inflazione non è tornata ai target del 2%. Nella zona euro si attesta ancora sul 3.1% (dati BCE, primi mesi 2025), mentre negli USA è al 3.4% (dati Fed). Il cosiddetto “ultimo miglio” dell’inflazione si è rivelato il più difficile: i prezzi dei servizi, dell’energia e dei generi alimentari rimangono ostinatamente alti a causa di rigidità strutturali nel mercato del lavoro e di shock ricorrenti sulle materie prime.
- Politica Monetaria: Le banche centrali si trovano in un dilemma senza precedenti. Hanno mantenuto i tassi di interesse a livelli elevati (Fed Funds Rate al 4.75%-5.00%; tasso principale della BCE al 3.75%) per combattere l’inflazione, ma iniziano a subire pressioni per un allentamento per evitare di affondare la crescita. Il risultato è una politica “higher for longer” (tassi alti più a lungo) che frena gli investimenti.
Le cause della crisi:
= Il Debito Sovrano Insostenibile: il dato è allarmante: il debito pubblico globale ha superato il 330% del PIL mondiale. I paesi a basso reddito sono i più esposti.
= La Transizione Energetica Costosa e la Frammentazione Geopolitica: gli investimenti necessari per la transizione verde, sebbene vitali, stanno contribuendo all’inflazione nel breve periodo. I costi per le energie rinnovabili, le batterie e le materie prime critiche (litio, cobalto) rimangono volatili. La riorganizzazione delle catene di approvvigionamento (“de-risking” verso la Cina, “friend-shoring”) sta procedendo a ritmo sostenuto. Mentre aumenta la sicurezza strategica, alza i costi di produzione e alimenta le pressioni inflative. Il commercio tra blocchi politici alleati è cresciuto del 6% nel 2024, mentre il commercio tra blocchi rivali è stagnante (dati WTO).
= L’insostenibilità sistemica: un sistema che per mantenersi necessita di una continua crescita non è sostenibile in un mondo di risorse finite; il sistema basato sulla capitalizzazione (accumulo) non può che generare disuguaglianze, debito, impatti socio-ambientali dai costi esorbitanti.
Conseguenze e Scenari Futuri
= Aumento delle Disuguaglianze: La crisi colpisce in modo sproporzionato le fasce più deboli della popolazione e i paesi a basso reddito. L’Oxfam Report 2025 stima che l’1% più ricco della popolazione globale abbia catturato i due terzi della nuova ricchezza netta creata dall’inizio del decennio.
= Rischio di Turbolenze Finanziarie: I tassi di interesse elevati hanno messo a nudo le vulnerabilità nel settore finanziario. Nel 2024, si sono verificate nuove crisi di istituti finanziari regionali negli USA e tensioni nel mercato immobiliare commerciale cinese e europeo. Il mercato dei “private credit” (credito privato non bancario), ora valutato oltre 2.000 miliardi di dollari, rappresenta un’area di opacità e rischio sistemico. Il rischio di una nuova crisi da debito in un’economia avanzata o in una grande economia emergente rimane elevato.
3. La crisi climatica: Lo stato del clima oggi — fatti chiave
- 2024 è stato l’anno più caldo mai osservato nelle serie strumentali, con la temperatura globale media annuale che in media ha superato il limite di +1,5 °C rispetto al periodo pre-industriale.
- Concentrazioni atmosferiche di gas serra e emissioni sono ai massimi storici: CO₂ atmosferica e emissioni energetiche globali hanno toccato livelli record nel 2024 (es. ~422–423 ppm di CO₂ atmosferica e emissioni energetiche globali in aumento nel 2024).
- Oceani sempre più caldi e innalzamento del livello del mare in accelerazione: l’oceano ha registrato il massimo contenuto di calore osservato (record 2023–2024) e il livello medio globale del mare sta accelerando (anni recenti con tassi superiori alla media storica).
- Perdita di ghiaccio artico e cryosfera in rapida trasformazione: il massimo di estensione del ghiaccio marino artico del 2025 è stato il più basso nella serie satellitare; questo è consistente con tendenze di lungo periodo.
- Eventi meteorologici estremi (ondate di calore, alluvioni, uragani intensi, incendi) sono più frequenti e gravi e molte analisi collegano l’aumento della probabilità e dell’intensità di questi eventi con il riscaldamento globale.
Cause principali:
= Attività umane — combustione di combustibili fossili (energia, trasporti, industria), deforestazione e alcuni impieghi agricoli: queste attività aumentano le concentrazioni di CO₂, metano (CH₄) e ossido di azoto (N₂O) in atmosfera, i principali driver osservati del riscaldamento. L’IPCC afferma con altissima confidenza che il riscaldamento osservato è dovuto in larga maggioranza alle emissioni antropogeniche.
= Retroazioni naturali (es. perdita di ghiaccio che riduce l’albedo, stress delle foreste che riduce assorbimento di CO₂) stanno amplificando gli effetti delle emissioni. Recenti rapporti indicano inoltre segnali di indebolimento dell’assorbimento naturale delle emissioni (foreste e oceani) in alcune regioni.
4. La crisi migratoria
La crisi migratoria globale, al 2025, non è un fenomeno isolato ma l’epifenomeno più visibile e umanamente drammatico della policrisi. È il sintomo di un mondo in profonda trasformazione e sofferenza, dove le pressioni si scaricano lungo le linee di faglia geopolitiche ed economiche. I numeri continuano a segnare un trend crescente, nonostante le politiche restrittive. Secondo l’UNHCR, il numero di persone costrette alla fuga nel mondo ha superato i 130 milioni (dato a fine 2024, trend confermato per il 2025). Questo include rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni. È come se l’intera popolazione di un grande paese, come il Giappone, fosse in fuga. I flussi migratori non sono causati da un solo fattore, ma da un intreccio inestricabile di elementi: conflitti e instabilità, crisi climatica ed economica.
5. La crisi alimentare
La crisi alimentare del 2025 non è una semplice carenza di cibo, ma il risultato di un fallimento sistemico della catena di approvvigionamento globale, reso incontrollabile dall’intreccio della policrisi. È una crisi di accesso e stabilità, più che solo di produzione.
Il quadro generale
= Insicurezza Alimentare Acuta: Secondo il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari 2025 (pubblicato dalla Rete Globale contro le Crisi Alimentari), nel 2024 oltre 220 milioni di persone in 53 paesi/territori hanno affrontato livelli di crisi o peggiori di fame acuta (IPC/CH Fase 3 o superiore). Si stima che questo numero sia rimasto a livelli simili o sia leggermente aumentato nel 2025.
= Fame Cronica: La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) segnala che i progressi nella riduzione della fame cronica si sono completamente arrestati. Il numero di persone denutrite a livello cronico è tornato ai livelli del 2015, vanificando anni di progressi.
= Focal Point Critici: Le situazioni più gravi persistono in Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Nigeria settentrionale, Sudan, Sud Sudan, Sahel centrale (Burkina Faso, Mali) e Yemen. In queste regioni, ampie fasce della popolazione vivono in condizioni di emergenza alimentare o carestia.
Perché il Sistema Alimentare è in Crisi
= Conflitti e instabilità (fattore primario): i conflitti rimangono il principale motore della fame, responsabile del 60% dei casi di insicurezza alimentare acuta.
= Shock Climatici Estremi (moltiplicatore di rischio): gli eventi meteorologici estremi, amplificati dal cambiamento climatico, stanno devastando i raccolti a livello globale.
= Instabilità economica e inflazione (crisi dell’accesso): inflazione dei prezzi alimentari, deprezzamento valutario.
Conseguenze a catena: migrazione e instabilità sociale, malnutrizione infantile, aumento del lavoro minorile.
La risposta internazionale è in crisi. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) ha dichiarato di aver affrontato nel 2024 il suo più grande deficit di finanziamento della storia, costringendo a tagli drastici delle razioni alimentari per milioni di rifugiati e sfollati.
La crisi alimentare del 2025 è la prova che la sicurezza alimentare non è più una questione agricola, ma geopolitica, climatica e macroeconomica. Senza un’azione coordinata per risolvere i conflitti, mitigare la crisi climatica e stabilizzare l’economia globale, il numero di persone sull’orlo della carestia è destinato a crescere ulteriormente.
La questione antropologica
Affrontare la policrisi è una impresa complessa, non soltanto per le interconnessioni tra le varie crisi che la costituiscono, la cui soluzione richiede un approccio integrale (cf. LS 139). Ma anche, e soprattutto, perché i problemi sociali, economici e politici del nostro tempo non possono più essere compresi o risolti solo in termini di strutture, istituzioni o distribuzione delle risorse, ma hanno ormai le loro radici più profonde in una visione distorta o ridotta dell’essere umano. Per questo papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate (n. 75) parla di una fondamentale questione antropologica come la causa remota delle crisi del nostro tempo. L’idea è questa: la crisi ecologica e sociale del mondo contemporaneo nasce dal fatto che l’essere umano non riconosce più se stesso come creatura, ma pretende di essere il padrone assoluto della realtà. I problemi sociali non sono risolvibili solo con misure economiche o politiche finché non si affronta la visione dell’uomo che sta dietro le scelte culturali e tecnologiche.
Papa Francesco riprende questa diagnosi ma la allarga: la questione antropologica è soprattutto una questione relazionale, sociale e ambientale (ecologia integrale, cultura della fraternità, lotta alla cultura dello scarto). Per lui, cambiare le politiche senza trasformare il modo in cui concepiamo e viviamo la relazione con gli altri e con la creazione non basta. Nell’enciclica Laudato si’, Francesco afferma:
I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19). [Laudato si’ 66]
In altre parole, l’armonia tra Creatore, Creato e umanità è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio.
I racconti della creazione e dell’umanità primordiale che troviamo in Genesi ci aiutano a discernere le dinamiche culturali e socio-economiche che caratterizzano il nostro tempo e a valutare il significato delle soluzioni che propongono. Queste, infatti, derivano inevitabilmente dai presupposti culturali dai quali vengono elaborate.
Relazione con Dio
Nei racconti di creazione emerge un essere umano che è creatura ad immagine e somiglianza di Dio. La sua vocazione è di vivere come Dio: in comunione, come dono e amore. È una creatura relazionale e la dimensione sociale è costitutiva dell’umanità.
Dio crea con la Parola, che chiama alla vita, alla relazione. Come creatura, l’essere umano sperimenta una mancanza. Come ha notato Massimo Recalcati, Dio toglie una costola ad Adamo e non si limita a richiudere il taglio, ma lo significa come mancanza costituente l’umano in quanto tale. Richiude il taglio non per sanare o colmare la mancanza, ma per renderla costituente, cioè condizione per l’apertura all’alterità irriducibile.
Il piano insidioso del serpente, invece, spinge a volere raggiungere la stessa pienezza di Dio, a realizzare una vita che escluda la mancanza, a compiere una trasfigurazione dell’umano in un vero e proprio dio, rigettando la propria finitudine, negando la propria insufficienza e mancanza. L’umanità ci casca nel momento in cui si fa un’immagine distorta di Dio, che comporta un’immagine distorta dell’umanità. Il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male rivela il limite costitutivo dell’umanità, l’impossibilità di essere il criterio ultimo della realtà. In altre parole, l’uomo è creatura, non creatore della verità e della morale. Se pretende di decidere autonomamente che cosa è bene e male, si mette al posto di Dio — e perde se stesso.
Quale immagine di umanità, invece, è alla base delle dinamiche che hanno portato alla policrisi? Si direbbe quella dell’homo oeconomicus: l’uomo ridotto alla sua dimensione produttiva e consumatrice: un essere razionale che sceglie sempre ciò che gli conviene di più, negando la sua dimensione spirituale e relazionale. Le sue caratteristiche principali sono:
= Razionalità strumentale: ogni decisione è guidata dal calcolo razionale del proprio interesse (massimizzazione dell’utilità o del profitto).
= Individualismo radicale: l’uomo è visto come un individuo isolato, che agisce in modo autonomo e indipendente dagli altri.
= Auto-referenzialità: il fine ultimo delle azioni è l’interesse personale, non il bene comune.
= Isolamento dell’etica: l’economia viene considerata “scientifica”, cioè separata da considerazioni etiche o religiose.
= Relazione con la natura: la natura è vista come risorsa da sfruttare per produrre e accumulare ricchezza.
Relazione con il prossimo
La relazione con il prossimo, nella prospettiva dell’homo oeconomicus, non sarà allora segnata dall’apertura alla alterità, dalla relazione di reciprocità, ma piuttosto avrà un carattere prevalentemente contrattualistico e competitivo. Una economia che funziona come gara permanente crea vittime strutturali: persone «scartate», marginalizzate. Questo è terreno fertile per conflitti e violenze, dirette o strutturali. Un sistema che riduce i rapporti umani a contratti e competizione libera — e perfino legittima — una forma di «non-riconoscimento»: l’altro è utile o inutile, competitivo o sconfitto, meritevole o scarto. Come ha sottolineato papa Francesco nell’Evangelii gaudium, questa economia uccide (EG 53).
Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale abbiamo il dovere della cura e della custodia (Gen 4, 9) – come suggerisce il racconto biblico della Genesi e come sottolinea l’enciclica Laudato si’ – distrugge anche la nostra relazione interna con noi stessi, con Dio e con la terra. In questi racconti tutto è in relazione e la cura autentica della stesa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità. Dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri (LS 70).
Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Genesi ci dice che tutta la vita è in pericolo. Il racconto del diluvio suggerisce la gravità di una simile situazione sociale, al punto da echeggiare lo spettro del caos primordiale, a fronte dell’incapacità di vivere all’altezza delle esigenze della giustizia e della pace (Gen 6, 13).
Eppure, nonostante la malvagità umana sia grande sulla terra, basta un uomo integro e giusto – Noè – perché ci sia speranza, perché Dio possa aprire una via di salvezza, donando all’umanità la possibilità di un nuovo inizio (LS 71).
Relazione con la terra
Una lettura distorta dei Gen 1, 28 ha portato in passato a giustificare il dominio umano arbitrario sulla terra, sulla Creazione, travisando il mandato biblico di curare, custodire e coltivare la terra. La responsabilità di fronte ad una terra che è di Dio richiede il rispetto delle leggi della natura e dei delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo (LS 68). Nella prospettiva dell’homo oeconomicus, invece, il rapporto con la natura è di sfruttamento, vendendo in essa una risorsa da sfruttare per produrre ed accumulare ricchezza.
La riflessione della Laudato si’ (LS 71) prosegue considerando che
a tradizione biblica stabilisce chiaramente che questa riabilitazione comporta la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore. Ciò si vede, per esempio, nella legge dello Shabbat. Il settimo giorno, Dio si riposò da tutte le sue opere. Dio ordinò a Israele che ogni settimo giorno doveva essere celebrato come giorno di riposo, uno Shabbat (cfr Gen 2,2-3; Es 16,23; 20,10). D’altra parte, fu stabilito anche un anno sabbatico per Israele e la sua terra, ogni sette anni (cfr Lv 25,1-4), durante il quale si concedeva un completo riposo alla terra, non si seminava e si raccoglieva soltanto l’indispensabile per sopravvivere e offrire ospitalità (cfr Lv 25,4-6). Infine, trascorse sette settimane di anni, cioè quarantanove anni, si celebrava il giubileo, anno del perdono universale e della «liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti» (Lv 25,10). Lo sviluppo di questa legislazione ha cercato di assicurare l’equilibrio e l’equità nelle relazioni dell’essere umano con gli altri e con la terra dove viveva e lavorava. Ma, allo stesso tempo, era un riconoscimento del fatto che il dono della terra con i suoi frutti appartiene a tutto il popolo. Quelli che coltivavano e custodivano il territorio dovevano condividerne i frutti, in particolare con i poveri, le vedove, gli orfani e gli stranieri.
Lo Shabbat, in altre parole, è il fondamento dell’anno sabbatico e dell’anno giubilare, con delle conseguenze pratiche di ampia portata, in particolare:
= Il riposo della terra: ciò significava liberazione dai sistemi di accumulo e sfruttamento, promuovendo al contempo la condivisione di ciò che la provvidenza divina offre per i bisogni fondamentali di tutti. Quando il poco che c’è viene condiviso, ce n’è abbastanza per tutti. (Lev 25, 11)
= La restituzione della terra: le proprietà che erano state vendute o trasferite venivano restituite ai loro proprietari originari, assicurando che le famiglie mantenessero la loro fonte di sostentamento e la loro identità socio-culturale. (Lev 25, 10.13)
= La liberazione degli schiavi: coloro che si erano venduti come schiavi a causa dei debiti venivano liberati, riaffermando la dignità e la libertà di ogni persona e richiamando alla fraternità in una società egualitaria. (Lev 25, 10)
= La remissione dei debiti: i debiti venivano cancellati, permettendo a coloro che erano caduti nella povertà di ricominciare senza l’oppressione degli obblighi finanziari. Ciò sottolineava l’importanza della misericordia e della solidarietà, offrendo a tutti una possibilità di nuovo inizio. (Dt 15, 1-3)
Questa tradizione biblica costituisce una critica profetica ai sistemi socio-economici ingiusti e indica un senso di direzione per una società più giusta, fraterna e sostenibile.
Un cambio di passo: la COP30 a Belém e il superamento delle false soluzioni
Proprio in questi giorni a Belém, in Brasile, si sta celebrando la COP30, la conferenza quadro delle Nazioni Unite per contrastare i cambiamenti climatici, giunta, appunto, alla trentesima tappa. Come ogni anno, constatiamo che i cambiamenti climatici e le loro conseguenze si stanno facendo sempre più critici – l’uragano Melissa ce lo ha ricordato drammaticamente solo pochi giorni fa – ma i negoziati spesso ci lasciano delusi, non arrivando a dare quelle risposte di cui tutti ed il pianeta stesso hanno bisogno. Naturalmente si tratta di una questione molto complessa, dal punto di vista geopolitico ed economico. Tuttavia, è possibile ravvisare le radici culturali che bloccano una vera e propria svolta: non si vuole mettere in discussione il modello di sviluppo capitalistico-finanziario, che si basa su una crescita indefinita (tra l’altro insostenibile in un mondo di risorse finite), sulla mercificazione di tutto, e la massimizzazione dei profitti per la capitalizzazione. Tutto questo porta a proporre false soluzioni, cioè politiche, progetti o tecnologie presentati come rimedi al cambiamento climatico ma che non riducono realmente le emissioni di gas clima alteranti (responsabili dei cambiamenti climatici) su scala necessaria, riproducono ingiustizie o creano nuovi danni ambientali e sociali1. Spesso servono a prorogare l’uso dei combustibili fossili o a trasferire responsabilità dai grandi inquinatori alle comunità locali.
Si tratta di ciò che papa Francesco ha definito come il paradigma tecnocratico2, cioè la visione dominante del mondo moderno che considera la tecnologia e la tecnica come strumenti neutrali e autonomi, capaci da soli di risolvere ogni problema umano, senza interrogarsi sui valori, sul senso e sui limiti etici del loro uso. È la mentalità secondo cui “si può fare, quindi si deve fare”, anche senza chiedersi se sia giusto o sostenibile, nell’ottica del progresso materiale indefinito. A livello filosofico, è venuta meno la coscienza del limite: che sia naturale, ecosistemico o etico. Anche ciò che oggi non si riesce a fare, in futuro potrà diventare realtà, con la potenza della tecnica e la mobilitazione di adeguate finanze.
In sostanza, si crede che ogni problema possa essere risolto da un’invenzione o da un progresso tecnologico. E questo spesso diventa un’occasione per creare nuovi mercati, nuove opportunità di crescita economica. Tutto questo va a braccetto con una forte spinta verso la privatizzazione e la deresponsabilizzazione della politica: c’è una spinta a lasciare la soluzione dei problemi ai mercati.
Conclusione
Per concludere, vi invito a considerare queste considerazioni di papa Francesco, dalla Laudato si’ (LS 75):
Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo migliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi.
1Ecco alcuni esempi:
= Compensazioni/crediti di carbonio e mercati del carbonio: le aziende comprano “crediti” che indicano riduzioni o evitamenti di emissioni altrove (foreste, progetti di efficienza, ecc.) e li mettono a bilancio. Ma molti crediti sono di bassa qualità (sovrastima le riduzioni di emissioni, sposta le emissioni anziché eliminarle, ecc.), permettono alle aziende di continuare a emettere invece di ridurre le proprie emissioni. Spesso i progetti di offset occupano terre comunitarie senza FPIC (free, prior and informed consent), arrecano perdita di accesso a risorse e non riconoscono diritti territoriali.
= Progetti forestali “a pagamento”: sono programmi che monetizzano la conservazione delle foreste (reducing emissions from deforestation). Assegnano valore finanziario a “evitare la deforestazione” ma possono spostare la pressione altrove, sono difficili da misurare e spesso non garantiscono permanenza. Sono storicamente collegati a land grabbing, a esclusione delle comunità locali e a imposizione di regole di gestione esterne.
= BECCS (bioenergy with carbon capture and storage): generazione di energia da biomassa combinata con cattura e stoccaggio del CO₂. Richiede enormi superfici per coltivare biomassa, competerebbe con produzione alimentare e biodiversità; la cattura e lo stoccaggio non sono dimostrati su scala sicura e permanente. C’è il rischio di appropriazione di terre, perdita di sovranità alimentare e distruzione di ecosistemi.
= Geoingegneria solare / SRM (solar radiation modification): sono tecniche per ridurre la radiazione solare (es. aerosol stratosferici). Non elimina gas serra, altera il clima regionale in modi imprevedibili, comporta rischi di effetti collaterali ed è assente una governance internazionale. Si tratta di decisioni unilaterali che potrebbero nuocere popolazioni già vulnerabili; manca consenso democratico e responsabilità.
= Grandi impianti idroelettrici e infrastrutture “green” impattanti: dighe, megaprogetti energetici presentati come “rinnovabili”. Non tengono conto di possibili emissioni da biomassa sommersa, degli impatti sociali (sfollamento) e ambientali. Spesso espropriano terre indigene, interrompono ecosistemi fluviali e mezzi di sussistenza.
= Sostegno a “climate-smart” agribusiness industriale: pacchetti tecnologici che mantengono agricoltura intensiva (sementi brevettate, fertilizzanti, meccanizzazione) presentati come climaticamente efficienti. Spesso fanno poco per ridurre emissioni nette e aumentano dipendenza da input industriali; possono degradare suoli e biodiversità. Promuovono perdita di pratiche tradizionali e sovranità alimentare; alternative agroecologiche sono preferite.
= Cattura diretta dell’aria (DAC) su larga scala senza tagli alle emissioni: tecnologie che estraggono CO₂ direttamente dall’aria. Hanno costi energetici e finanziari enormi, nonché incerta scalabilità; se usata per giustificare continuità nell’uso dei combustibili fossili, peggiora il problema. Non sostituisce la necessità di riduzioni immediate e rischia di concentrare tecnologia e potere nelle mani di grandi multinazionali.
= “Transizione” che rilocalizza impatti (es. idrogeno “grigio/blu”): promozione di combustibili alternativi prodotti con fonti fossili o processi ad alto impatto (idrogeno da gas con CCS). Se l’idrogeno è prodotto da fonti fossili mantiene emissioni; la dicitura “verde” viene talvolta usata in modo fuorviante. Occorre distinguere tra transizione vera (rinnovabili decentralizzate) e soluzioni che semplicemente ripropongono vecchi modelli estrattivi.
= Privatizzazione e finanziarizzazione della natura: trasformare servizi ecosistemici in prodotti finanziari (es. biodiversity credits). Rischia di mercificare diritti comunitari e di escludere criteri di equità; crea strumenti speculativi. La natura è bene comune e va tutelata riconoscendo diritti e governance locali, non venduta ai mercati.
2“Il paradigma tecnocratico tende a esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. La tecnica è vista come la principale risorsa per dominare la realtà.” (Laudato si’ 109)




