Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune.
(Dilexit nos 217)
La cronaca degli ultimi mesi conferma ogni giorno di più l’evidenza che il mondo in cui viviamo, tra guerre e squilibri, sembra aver perso il cuore, il senso autentico di umanità. Come già Benedetto XVI aveva rilevato nella Caritas in veritate, in varie occasioni papa Francesco ha ribadito che alla radice del triste scenario che caratterizza il nostro tempo c’è una crisi antropologica. Una visione distorta dell’umanità e del mondo e che si cristallizza in una una società che naviga in superficie, vive di corsa senza sapere perché, avvolta in un consumismo insaziabile ed un individualismo narcisista (DN 2) che si chiude nel proprio io, senza capacità di relazioni sane e di accogliere Dio (DN 17). Le encicliche sociali, come la Laudato si’ e la Fratelli tutti, riflettono su questa realtà, operano un discernimento e propongono dei percorsi di trasformazione ispirati dal Vangelo. Ma una simile trasformazione presuppone una conversione del cuore.
Il simbolo del cuore, il centro più intimo della persona umana – che è anima e corpo – indica la profondità che unifica tutte le dimensioni dell’umanità: fisiche, psichiche e spirituali (DN 21). In questo centro unificatore si configura lo sfondo di senso e un orientamento della persona, in quanto corporea e spirituale (DN 3) ed emerge come luogo della sincerità, dove non si può ingannare e dissimulare la propria nuda verità (DN 5). La dinamica fondamentale di tutto questo sta nel fatto che è in questa profondità che la persona umana fa esperienza della presenza e dell’amore di Dio, della possibilità di lasciarsi trasformare da questo amore, di diventare strumento dell’azione di Dio, di incarnare la Parola di vita.
Il cuore dei semplici
Nella mia esperienza missionaria in Kenya, nelle baraccopoli di Nairobi, sono rimasto sempre colpito e provocato dalla fede delle persone semplici. Ad esempio, ricordo Wambui (nome di fantasia), una nonna di mezza età che si prendeva cura dei nipotini orfani, dopo la morte per AIDS di sua figlia, loro mamma. La potevi incontrare al mattino, quando andava in cerca di un qualche modo di sbarcare il lunario, senza la certezza di avere qualcosa da mettere sul tavolo per i bambini alla sera. Eppure, ricominciava da capo ogni giorno, il suo mantra, nello swahili informale delle baraccopoli, era Mungu iko!, vale a dire, “Dio c’è!” Non era fatalismo, né fallace illusione di un Dio tappabuchi. No, è una speranza oltre ogni disperazione, che si fonda sull’esperienza vissuta della vicinanza, compassione e tenerezza di Dio. Quante persone come lei mi hanno testimoniato questa esperienza di incontro personale, di relazione con il Risorto! Anzitutto il senso vivo della sua presenza, una percezione che cambia gli occhi ed il cuore. Testimonianze che hanno fatto sorgere in me un forte desiderio di fare esperienza di questa presenza, che è un dono di grazia.
Tale desiderio alle volte ha trovato risposta, nei momenti più difficili e duri, in una grazia che mi si manifesta come una presenza silenziosa, di fronte alla quale non resta che la consapevolezza che Dio esiste ed è tutto. Specie in situazioni al limite, in cui non si vede una soluzione, una via d’uscita, da questo silenzio emerge come una parola, che invita a seguirla subito: come spesso appare nel Vangelo, “subito” è il tempo di Dio. È l’agire con fede, come risposta umana all’amore di Dio, e quante volte mi ha portato a meravigliarmi di come il Risorto operi attraverso di noi. Non attraverso il nostro ego, ma attraverso un cuore docile che lascia passare l’amore e l’azione di Dio nella storia. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16), ci ha detto Gesù. La volontà del Padre si compie nei frutti del nostro servizio, della fraternità e della nostra partecipazione alla missione (DN 163). Per qualche momento si percepisce la realtà in trasparenza, trasfigurata nel Risorto, primizia della missione, il cui termine è la trasfigurazione del cosmo affinché tutta la realtà partecipi al mistero dell’incarnazione. Come ci ricorda la Laudato si’ (LS 83):
Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata già raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale. In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispotico e irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto. L’essere umano, infatti, dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di Cristo, è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro Creatore.
Questa dinamica del cuore porta alla luce due altri aspetti: la gioia e l’umiltà. La gioia del Vangelo, della Parola che si incarna nella realtà e la trasforma; una gioia che si esprime nella lode, nella meraviglia, nel rendimento di grazie. E la consapevolezza che il nostro cuore non è autosufficiente, ma fragile e ferito. Come sottolinea la Dilexit nos (DN 30),
non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore divino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano. È lì, in quel Cuore, che riconosciamo finalmente noi stessi e impariamo ad amare.
Missione e trasformazione sociale
La dinamica del cuore informa anche il processo di evangelizzazione, che è rendere presente nel mondo il Regno di Dio (EG 176). Durante la mia prima assegnazione missionaria a Kariobangi, nei bassifondi di Nairobi, ero coinvolto nel ministero sociale e nella promozione di giustizia e pace. Nel contesto di crescenti tensioni tra gang locali (i mungiki, gruppo gikuyu, e i taliban, gruppo di vigilanti prevalentemente jaluo sostenuti da un politico locale), esplose un’ondata di violenza culminata il 3 marzo 2002 in un massacro. In seguito all’uccisione di un vigilante, i taliban quella stessa notte uccisero tre giovani ritenuti responsabili, che poi si rivelarono come appartenenti ai mungiki. Questi, tre giorni dopo, compirono una brutale rappresaglia uccidendo e mutilando molte persone sulle strade di Kariobangi. Ne seguì uno choc nazionale, oltre a tensioni, timori di escalation fuori controllo e manipolazioni politiche in vista delle elezioni politiche. Nessuno sapeva cosa fare, come rispondere ad una situazione sull’orlo del baratro. Ma avvenne l’inaudito: proprio laddove tutto divide – la politica, le etnie, la povertà, l’esclusione e anche la religione – per la prima volta si formò un gruppo interreligioso per la pace, superando diffidenze, piccoli interessi particolari, antagonismi. Una commissione di leader religiosi prese a visitare casa per casa le vittime sopravvissute, portando ascolto, vicinanza, tenerezza, sicurezza e l’occasione per pregare assieme. In un tale clima, potevamo sentire come, di volta in volta, la memoria di queste persone si trasformava, tanto che dopo qualche mese i sopravvissuti e i familiari delle vittime erano desiderosi di conoscersi e continuare il cammino di guarigione e riconciliazione assieme. Ricordo vividamente il primo incontro: nella stessa sala erano presenti i genitori dei tre ragazzi trucidati appartenenti ai mungiki, e i sopravvissuti e familiari delle vittime della ritorsione mungiki. Nonostante i timori, il dolore ancora vivo e le differenze, questo incontro di umanità ha aperto nuove possibilità. Il percorso si è poi molto articolato lungo un periodo di oltre un anno. Tra i molti incontri e attività che hanno contribuito al percorso di riconciliazione, spicca quello con il movimento dei musei comunitari della pace. Questi sono espressione di comunità locali che mantengono vive le tradizioni ancestrali di pace. Gli anziani di queste comunità hanno incontrato i sopravvissuti di Kariobangi, condiviso le loro esperienze e li hanno accompagnati attraverso un processo di riconnessione con le proprie radici, nel solco della spiritualità di Utu (umanesimo africano), usando i saperi ancestrali ed i mezzi comunicativi tradizionali, come i racconti, i proverbi, la cultura materiale, gli alberi della pace e così via.
È avvenuta una trasformazione sociale passando per una guarigione, un’unificazione di vite spezzate e frammentate, poi armonizzate e rigenerate acquisendo un nuovo senso: un senso di missione per promuovere la pace e la fraternità nelle baraccopoli. Così, amando, hanno riscoperto perché e a che scopo vivere, sperimentando un profondo stato di connessione e armonia (cf. DN 23).
Ovviamente non è stato un percorso lineare, semplice e senza contraddizioni. Ci sono stati momenti difficili, qualche passo indietro, alcuni conflitti, lo sperimentare la viscosità della realtà, che ostacola e appesantisce il cammino. Eppure, proprio nel mezzo di queste fatiche, nel cuore di queste persone il Vangelo ha incontrato la loro cultura ad un livello che ancora non avevano sperimentato. E a partire dal cuore, questo gruppo è riuscito ad unire le proprie differenze e diverse volontà e a pacificarle, lasciandosi guidare dallo Spirito come fratelli e sorelle. Nel cuore di Gesù, diventiamo capaci di relazionarci in modo sano e felice e di costruire in questo mondo il Regno d’amore e di giustizia. Il nostro cuore unito a quello di Cristo è capace di questo miracolo sociale (DN 28).
Il Cuore di Gesù ci invita a sperare che ogni ferita possa essere guarita, anche se profonda. Di fronte a perdite o situazioni irreversibili una riparazione completa sembra impossibile, ma l’incontro con Cristo porta ad una rigenerazione, ad essere nuove creature, riconciliate e con la pace nel cuore, come il Risorto che sempre porta nel corpo i segni della passione e morte (DN 186).
Il bene comune e la pace sociale
Il quarto capitolo della Evangelii gaudium presenta le dinamiche di questa costruzione del Regno. In ogni nazione, gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita configurandosi come cittadini responsabili in seno ad un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti. Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia (EG 220). Nel magistero di papa Francesco il tema del “popolo” è centrale e va interpretato in relazione alla Lumen gentium come simbolo ecclesiologico di una Chiesa segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, in una prospettiva escatologica, riflettendo la dinamica del “già e non ancora”. Un filo rosso che collega le encicliche sociali di papa Francesco è questa visione di un dialogo sociale e interculturale per una trasformazione sociale nello spirito del Vangelo, nel senso della giustizia, dell’uguaglianza, della fraternità e della cura della nostra casa comune. La Dilexit nos sottolinea che le dinamiche di tale trasformazione sono sostenute dalle dinamiche di un cuore che si assimila al Cuore di Gesù.
Vediamolo nel dettaglio: l’Evangelii gaudium presenta quattro principi fondamentali che guidano i percorsi di trasformazione sociale nel senso sopra descritto. Anzitutto, quello per cui “il tempo è superiore allo spazio” (EG 222-225). Questa espressione ha un significato profondamente spirituale, pastorale e anche politico. Papa Francesco spiega:
Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza le situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone” (EG 223)
Lo “spazio” indica la gestione del potere, del controllo, dell’efficienza, della presa sulle cose, sulla realtà, sull’altro. È l’ossessione per l’immediato, per il possesso. Il “tempo”, invece, rappresenta il processo, la crescita, la pazienza, la trasformazione graduale, la fedeltà nel cammino. Il Papa invita a non “occupare spazi” (cioè dominare), ma ad avviare processi che permettano ai semi di maturare, alle persone di cambiare, alla grazia di agire. In Evangelii gaudium, questo principio ha grande importanza nel contesto della pastorale missionaria e della costruzione della pace sociale. Papa Francesco propone una Chiesa che non imponga dall’alto soluzioni rapide e definitive; ma che si inserisca nella storia concreta delle persone, accompagnando processi reali di cambiamento, anche se imperfetti e lenti. Questo vale anche per i processi sociali e politici: meglio avviare un cammino imperfetto ma inclusivo e duraturo, che “occupare uno spazio” imponendo una verità senza ascolto, dialogo, o gradualità.
Ma soprattutto, questo principio riflette un cuore in ascolto costante di Dio che lavora nel tempo e invita alla pazienza, alla speranza e alla fiducia nella sua opera. Gesù stesso, nella sua predicazione, semina il Regno di Dio, ma non lo impone. Usa parabole che parlano di semi, di lievito, di crescita lenta ma efficace. La logica del Regno è quella del tempo che trasforma, non dello spazio che si conquista.
Dire che “il tempo è superiore allo spazio” significa affermare la prevalenza del processo sull’imposizione, della fedeltà sulla conquista, della semina sulla raccolta immediata. È un invito a costruire nella pazienza e nella speranza, confidando nella forza trasformante della grazia di Dio.
Il secondo principio afferma che “l’unità prevale sul conflitto” (EG 226-230). Questo è un invito a non temere le differenze né i conflitti, ma ad affrontarli con spirito di riconciliazione e costruttivamente. L’unità evangelica non si impone, ma si costruisce pazientemente, attraverso il dialogo, l’ascolto e la carità, rendendo visibile il volto di una Chiesa e di un’umanità riconciliate. La sfida è trascendere il conflitto, integrarlo in un cammino di riconciliazione e comunione, dove le differenze non si annullano, ma vengono armonizzate. L’unità di cui parla il Papa non è uniformità, ma una riconciliazione delle differenze. L’unità vera nasce quindi da un percorso attraverso il conflitto, non dalla sua negazione. È una unità superiore, che conserva le differenze senza farle esplodere in opposizioni distruttive. Il cuore di Gesù, simbolo discernimento, compassione e unione con la volontà del Padre, illustra anche il fondamento teologico di questo principio: ogni conflitto può diventare luogo di nuova vita, se accolto nello Spirito.
Il terzo principio, “la realtà è più importante dell’idea” (EG 231-233), invita a evitare astrazioni ideologiche e a partire sempre dalla concretezza della realtà. Le idee sono necessarie per comprendere e orientare l’azione, ma non devono prevalere sulla realtà, né sostituirsi ad essa. Le idee devono nascere dall’esperienza reale, servire la vita concreta delle persone, e non essere strumenti per dominarla o distorcerla. Francesco mette in guardia dal pericolo di un idealismo disincarnato, che impone schemi astratti sulla realtà; inoltre, denuncia anche l’ideologizzazione della fede, che riduce il cristianesimo a un sistema concettuale o moralistico, dimenticando l’incontro reale con Cristo e con i fratelli.
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che l’impegno per il bene comune, per la cura della casa comune e per la pace non viene da un’ideologia o da un progetto “secolare”, ma è la risposta pienamente umana all’amore di Dio sperimentato nel Cuore di Gesù.
Evidentemente, tutto questo è connesso all’incarnazione del Verbo e alla sua realizzazione nella storia (EG 231). In altre parole, il Vangelo si incarna nella storia, non si impone come teoria. Evangelizzare significa ascoltare, toccare, condividere, non semplicemente spiegare o convincere. L’idea deve diventare “carne”, come è accaduto nel Verbo incarnato.
Infine, il quarto principio. “il tutto è superiore alla parte” (EG 234-237), è un invito a superare le chiusure, i particolarismi, le contrapposizioni sterili, per costruire una comunione reale e inclusiva. Non si tratta di negare le differenze, ma di inserirle in un cammino condiviso, dove ogni parte arricchisce il tutto, e il tutto dà senso a ogni parte. È la logica del Vangelo, che chiama tutti all’unità nella diversità. Il testo illustra questo principio con l’immagine platica del “poliedro” (EG 236):
“Il modello è il poliedro, che riflette la convergenza di tutte le parzialità che in esso conservano la loro originalità. […] È la somma di persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.”
Diversamente dalla sfera, dove tutto è uniforme, nel poliedro ogni faccia ha la sua forma e posizione, ma tutte insieme formano un’unica struttura armonica. Così deve essere anche la società: diversa ma unita, pluralista ma coesa. Tutto ciò richiede un cuore capace di umiltà, per riconoscere che il mio punto di vista è solo una parte; di ascolto e dialogo, per costruire insieme un orizzonte comune; e di capacità di integrazione, per non scartare nessuno, né culturalmente né socialmente.
Conclusione
La trasformazione del mondo nello spirito del Vangelo, concretamente, è un processo di redenzione dal peccato sociale, da strutture di peccato che generano e mantengono povertà, sottosviluppo, violenza e degradazione. Come sottolinea Francesco (DN 182),
Insieme a Cristo, sulle rovine che noi lasciamo in questo mondo con il nostro peccato, siamo chiamati a costruire una nuova civiltà dell’amore. (…) In mezzo al disastro lasciato dal male, il Cuore di Cristo ha voluto avere bisogno della nostra collaborazione per ricostruire il bene e la bellezza.
La ripetizione dei peccati contro gli altri, infatti, finisce molte volte per consolidare una struttura di peccato che influisce sullo sviluppo dei popoli. Si forma così una mentalità dominante che considera normale o razionale quello che in realtà è solo egoismo e indifferenza, portando ad una alienazione sociale. Nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, una simile società rende più difficile la realizzazione di una solidarietà interumana (DN 183). Per costruire la civiltà dell’amore, l’umanità ha bisogno del Cuore di Gesù, cioè della vita, del fuoco e della luce che vengono da Cristo (DN 184).
Dio – continua papa Francesco – ha voluto limitare sé stesso e la sofferenza ed il male che affliggono il mondo fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci invitano a collaborare con il Creatore. La nostra collaborazione, il lasciare che l’amore di Dio passi attraverso di noi, può permettere alla potenza di Dio di diffondersi nella nostra vita e nel mondo (DN 192). Il senso delle cose che facciamo, dell’impegno profuso per la guarigione delle ferite, per la rigenerazione delle persone e dei popoli – in definitiva, per la costruzione della civiltà dell’amore – è quello di accompagnare il felice incontro con l’amore di Cristo che abbraccia e che salva (DN 208).