Uno stile di missione per il nostro tempo
Stefano Raschietti
Abstract: Il texto affronta il tema della colonialità della missione, abbozzando alcune piste per una missione in prospettiva decoloniale. La missione moderna è intrinsecamente coloniale, in quanto parte ispiratrice del processo coloniale dell’Occidente cristiano. La colonialità è la struttura profonda della colonizzazione che sopravvive fino ad oggi nei rapporti tra popoli, razze e culture. Alcuni elementi di ordine teologico, pastorale e spirituale possono aiutarci a scorgere cammini decoloniali per pensare a una missione in continuità con un suo carisma gesuano/apostolico originario non-coloniale.
Chiamiamo “colonialità” la dimensione strutturale del processo coloniale che sopravvive al colonialismo storico. Si tratta si un paradigma che si è propagato su scala mondiale dal XVI secolo in poi, come qualcosa di naturale, superiore, universale, egemonico e messianico. Se il colonialismo ha configurato il processo di conquista globale, militare, politica, economica, la colonialità è invece inscritta nell’ordine culturale, cognitivo, ontologico e spirituale, cioè nell’imposizione di una cosmovisione, di una struttura cognitiva e di una comprensione etnocentrica dell’essere umano e della società. Questa colonialità inaugura, insieme ad altre complesse interazioni di carattere storico-culturale, l’emergere del sistema-mondo moderno.
In quanto cosmovisione totalitaria del potere, della conoscenza e dell’essere, la colonialità rappresenta il “lato oscuro” della modernità emancipatrice (MIGNOLO, 2017). Non c’è modernità senza colonialità, senza dominio delle anime, senza imposizione di un immaginario, senza seduzione delle menti, senza sradicamento delle identità culturali, senza gerarchia delle razze, senza negazione dell’alterità.
Da questo tipo di considerazioni, la decolonialità rappresenta il paziente percorso di ripresa delle storie negate dei sopravvissuti, storie segnate dalla violenza coloniale e mascherate dal meticciato. Tratta di riscattare il pensiero di frontiera come pensiero altro e come pensiero sovversivo, facendo emergere quelle identità oppresse e puntando a un orizzonte utopico pluriversale. Se si vorrà veramente costruire un mondo migliore per tutti, questo sarà possibile solo se potranno coesistere molti mondi diversi.
Critica della ragione missionaria
La missione cristiana moderna, a partire dalla quale si configura l’immaginario missionario fino ai nostri giorni, appare solo nel XVI secolo come un braccio spirituale del colonialismo storico, strettamente legato al movimento europeo di invasione, appropriazione e depredazione dei territori del Nuovo Mondo e delle loro popolazioni. Alla frenetica ricerca dell’oro si accompagnò l’infaticabile opera di conversione degli indigeni.
La missione moderna è stata considerata, come esportatrice di un’ideologia totalitaria, la spina dorsale della colonialità, l’origine dello spirito imperialista cristiano, messianico, salvifico, universale, carattere successivamente riconfermato dalla secolarizzazione della filosofia e della scienza, nel momento in cui divennero la “teologia” della seconda modernità (sec. XIX e XX). Infatti, quando la religione è stata sostituita dalla cultura secolare, la fede dalla ragione, la chiesa dallo stato, la provvidenza dal progresso, il mistero dalla scienza ecc., sono solo cambiati i contenuti del discorso ma non le regole del gioco. Le relazioni asimmetriche ed egemoniche di supremazia dell’Occidente sugli altri popoli si sono anzi rafforzate, con la convinzione assoluta che la civilizzazione forgiata dalla modernità rappresentava il fine della storia ed il cammino per il definitivo compimento dei progetti di vita di tutti i popoli.
In questo modo possiamo capire che la colonizzazione non era fatta solo di crimini e saccheggi, ma aveva anche il suo terribile volto umanitario: una colonizzazione dell’amore, della bontà, del dono di sé, della verità, sempre in un rapporto di sottomissione tra il superiore bianco-europeo-padrone-cristiano-civilizzato con l’inferiore indio/nero-pagano-servo-selvaggio.
Se una critica fondamentale alla ragione missionaria moderna deve essere fatta oggi – non tanto come una retrospettiva storica, ma come un contributo per il presente e un progetto per il futuro della missione – non dovrebbe riguardare prima di tutto i metodi, i progetti, i risultati, la formazione, la testimonianza e la santità dei suoi protagonisti, quanto invece i presupposti teologici che hanno retto il suo statuto.
È possibile oggi pensare a una missione cristiana in una prospettiva decoloniale, radicalmente svincolata dalla colonialità e dall’etnocentrismo europeo?
La risposta da un punto di vista teorico potrebbe essere anche affermativa, ma deve ancora dar vita a un consistente cambiamento pragmatico e paradigmatico, data la lunga tradizione missionaria legata al regime della cristianità. Qui potremmo abbozzare alcuni elementi di ordine teologico, pastorale e spirituale per una riconfigurazione, cercando di mettere in discussione quelle relazioni di potere che ancora ci condizionano.
Teologia e Missione
Em 1908, Martin Kahler definiva la missione come la “madre della teologia” (BOSCH, p. 34), perché fin dall’epoca apostolica i cristiani dovevano rispondere alle domande che gli altri ponevano a loro, quindi era obbligati a pensare. Ad un certo punto, però i ruoli si sono invertiti: la missione non ha più costretto la teologia a pensare, bensì la teologia ha costretto la missione ad applicare i suoi propositi: il principio coloniale è qui, in questo rapporto deduttivo unidirezionale.
Nel momento in cui il rapporto tra teologia e missione ritorna a quello che era prima, la teologia diventa atto secondo. La missione è chiamata oggi a riprendere la sua rilevanza teologica, portando al dibattito ogni possibile provocazione e contributo dei pensieri di frontiera, smascherando cosmovisioni coloniali ed etnocentriche, sviluppando dispositivi che aiutano ad elaborare atteggiamenti pastorali decoloniali e ponendosi al servizio delle cause liberatrici dei popoli subalterni.
In un’epoca in cui la teologia della missione era intesa solo in termini operativi di salus animarum e plantatio ecclesiae, doveva rispondere sostanzialmente alla domanda su come svolgere un certo tipo di attività nel modo più efficace. Ma appena si comincia a trattare la missione non più come un’applicazione pratica, ma come una natura divina che ha la sua origine nell’amore fontale del Padre (AG 2), si comincia a parlare di un Dio missionario nella sua azione (economia) e nella sua intrinseca essenza e struttura relazionale (immanenza).
La missione, quindi, non è solo un mandato del Signore (Mt 28,19), ma è la pura gratuità divina che trabocca liberamente come presenza permanente di Dio Amore nel mondo, che chiama tutti a partecipare di relazioni umane/divine, rinnovate, riconciliate e riconcilianti. Questo approccio eminentemente teologico rappresenta un passo decisivo verso una prassi ecclesiale dialogica, disarmata, inculturata e interculturale, perché indica una disposizione relazionale che fa appello a tutto ciò che è di più umano e umanizzante.
Storicamente, la Chiesa è nata da questa missione e per questa missione. In effetti, a partire da una lettura attenta degli Atti degli Apostoli, la Chiesa nasce e si struttura come qualcosa di distinto dal giudaismo, solo quando comprende e assume la missione di annunciare il Vangelo al di fuori del suo ambiente socioculturale. Il Vangelo è una comunicazione sostanzialmente inclusiva, aperta a tutti. La Chiesa nasce in uscita (FRANCISCO, 2014), rinasce e si riscopre ogni volta che è disposta ad accogliere altri e ad essere accolta da nuovi popoli, nuove storie e nuove culture.
Evangelizzazione e missione
A partire da un riconoscimento di altri come interlocutori, in una reciprocità creativa, la missione cristiana è chiamata a tessere dinamiche intersoggettive in cui nessuno degli attori in gioco deve essere oggettivato: né Dio come verità dottrinale, né il missionario come semplice strumento nelle mani di Dio, né l’interlocutore come destinatario passivo dell’annuncio della Buona Novella. Il ruolo di ciascuno nell’ambito del dialogo missionario passa attraverso la circolarità della comunicazione, della partecipazione, del discernimento, della testimonianza, della lode, dove tutti i soggetti sono coinvolti.
In primo luogo, siamo inviati in missione come discepoli del Signore, chiamati ad apprendere a farci poveri (Mt 5,3) come Lui si fece povero (2Cor, 8,9), a farci servi abbassandoci, per arricchire e servire gli altri; inoltre, siamo chiamati ad apprendere a farci prossimi come il buon samaritano (Lc 10,36), in un esodo da noi stessi, abbattendo quelle barriere sacre e intoccabili che esistono tra noi – sacerdoti e leviti – e l’altro da noi.
In secondo luogo, siamo inviati fino agli estremi della terra e dell’umano (At 1,8): la missione ha la sua geopolitica ed è sempre chiamata ad abitare frontiere. Queste possono essere identificate con il margine di un contesto (periferie territoriali, ambientali, esistenziali), con la linea divisoria tra un territorio e l’altro (confini tra mondi e culture), o con i cammini inesplorati di presenza e di cooperazione (orizzonti di nuove sfide che emergono). Ad ogni tipo di frontiera può corrispondere un tipo di presenza missionaria. Le metafore evangeliche del pastore, del seminatore e del pescatore (GIRARD, 2000) possono ispirare modi diversi di prendersi cura delle persone, di annunciare il Regno e di servire l’umanità. Si tratta di individuare queste situazioni di missione nelle diverse realtà globali.
La missione concepita in una prospettiva decoloniale alimenta lo scopo di denunciare e combattere ogni esclusione (potere), ogni esclusivismo (sapere) ed esclusività (essere), nella costruzione di nuove relazioni di partecipazione, di apprendimento e di riconoscimento, a partire dalla ferita coloniale come proposta interculturale, etica e politica.
Da un lato, la missione come progetto in prospettiva decoloniale evoca un processo partecipativo basato sul contesto e sul protagonismo dei suoi interlocutori (QAm 40); dall’altro, essa deve essere connessa con le grandi cause decoloniali, con la salvaguardia della Madre Terra, con la solidarietà con gli altri popoli e con l’integrazione con le diverse dimensioni della vita. In questo senso, la missione cerca sempre un inserimento nel locale in comunione con l’universale (FT 142), e un’interconnessione tra la dimensione personale, relazionale, sociale e cosmica (LS 91, 117, 138, 240).
Spiritualità e Missione
L’approccio spirituale è forse il più vicino alla sensibilità e alle proposte decoloniali, perché per aprire percorsi sovversivi di decolonizzazione è necessario ricorrere al dialogo con altre pratiche e saperi, fondati su linguaggi simbolici, narrativi, conoscenze metarazionali e orizzonti di senso olistici, come ci ricorda la Laudato sí: “Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. È necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità” (LS 63). In effetti, “se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati” (LS 11).
Il grande contributo spirituale cristiano si trova nella sequela di Gesù sul monte delle Beatitudini. È una proposta/conversione di vita per tutta l’umanità (Mt 28,19). Consiste nella crescita nella pratica della fraternità, del rispetto e del riconoscimento dell’altro, della ricerca della verità, della gratuità disarmata e non violenta, dell’universalità nell’amore, nella misericordia, nella tenerezza, nel perdono, che si estende fino ai nemici (Mt 5,21-48). Questo cammino è il contenuto della missione che ci rende simili al Padre (Mt 5,48), partecipi della Sua natura divina (2Pt 1,4).
La missione evoca un’uscita da sé stessi, dalla propria tribù, dalla propria terra. Implica un viaggio esteriore e interiore di noi stessi, un lasciare il proprio mondo verso il mondo sconosciuto dell’altro, uno spogliamento e un distacco affinché l’alterità sovversiva possa sfidare l’identità. Il cammino indica un atteggiamento di disinstallazione e di prossimità interculturale, che abbatte certezze, barriere e costruisce ponti.
Una volta che ci si avvicina ai contesti feriti delle frontiere coloniali, c’è la sfida di incontrare il povero e l’altro, essere radicalmente ospiti di casa sua. Come diceva già Placide Tempels (p. 32), “non è possibile comprendere i bantu se non si entra in contatto spirituale con loro”. L’ospite pellegrino è chiamato a un certo punto al silenzio. A sua volta, l’impulso dello Spirito dà origine all’irruzione del discorso dell’altro, a partire dalla sua identità, dalla sua cultura e dalla sua storia sopravvivente. Lo Spirito di Dio soffia in tutte le direzioni: se per un interlocutore l’ascesi richiesta nell’incontro implica il più delle volte il distacco, per l’altro la “spiritualità” implica imparare ad essere orgogliosi della propria cultura e identità e a sviluppare un’autentica consapevolezza di sé.
Giovanni Paolo II ha affermato che la società umana oggi cerca “la dimensione spirituale della vita come antidoto alla disumanizzazione”, e che la Chiesa ha in Cristo “un immenso patrimonio spirituale da offrire” (RMi 38). “Il futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazione” (RMi 91). Infatti, in un mondo segnato dall’egemonia tecnocratica, dalla necropotenza capitalista, dalla globalizzazione omologante (FT 100), la missione cristiana ha come scopo primordiale e sovversivo quello di riscattare il senso del Mistero, in comunione con le saggezze millenarie dell’umanità dei popoli nativi americani, africani e orientali. Se in passato l’attività missionaria era finalizzata alla salvezza delle anime, oggi potremmo dire che è incentrata sul “salvare Dio”, annunciando così la possibilità di un mondo più umano.
Conclusione
Una missione in prospettiva decoloniale comincia da qui da una ripresa dell’indeclinabile essenza missionaria della chiesa, da un ripensamento delle sue premesse, da una nuova visione sui cammini da percorrere e degli orizzonti a cui tendere. Le chiese non possono negare la missione senza negare sé stesse: resta sapere se e come è possibile pensare a questa missione in continuità con un suo carisma originario non-coloniale.
Se il carattere coloniale è stato determinato in primo luogo dall’espansione e dal dominio, quello decoloniale dovrà indicare una nova apertura caratterizzata dal tentativo di un autentico incontro con l’altro. Se lo sfruttamento ha fatto dell’altro un oggetto dei propri scopi, una missione in prospettiva decoloniale si sforzerà invece di vedere nell’altro un soggetto nella sua più genuina alterità. Se l’esproprio coloniale ha generato la conquista, per l’ottica decoloniale ci si dovrà porsi nel ruolo dell’ospite. Infine, al cospetto dello sterminio coloniale che continua ad ostentare i suoi massacri, la missione cristiana dovrebbe più che mai promuovere una profonda e radicale cultura della vita attraverso una pedagogia decoloniale, impegnandosi a smascherare ogni ideologia e teologia di dominio, sviluppando strumenti che aiutino a individuare posture egemoniche, comprese le proprie, proponendo pazienti cammini di decolonizzazione delle soggettività e delle relazioni, mettendosi al servizio delle cause di liberazione dei popoli subalterni come alleata affidabile.
Bibliografia
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DUSSEL, Enrique. 1492 O Encobrimento do outro. A origem do “mito da modernidade”. Tradução de Jaime A. Clasen. Petrópolis: Vozes, 1993.
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GIRARD, Marc. A missão na autora de um novo milênio. Um caminho de discrnimento centrado na Palavra de Deus. Tradução Magno Vilela. São Paulo: Paulinas, 2000.
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SUESS, Paulo. Introdução à teologia da missão. Convocar e enviar: servos e testemunhas do Reino. Petrópolis, RJ: Vozes, 2007.
TEMPELS, R. P. Placide. A filosofia bantu. Tradução de Amélia A. Minga e Zavoni Ntondo. Luanda: Kuwindula, 2016[1952]. 137 p.
