Abstract

L’articolo analizza in modo critico i complessi rapporti tra Daniele Comboni e il colonialismo ottocentesco, evidenziando come la sua azione missionaria in Sudan si sia sviluppata in un contesto profondamente segnato dall’espansione europea ed egiziana in Africa. Dopo aver delineato le cause storiche, geografiche e politiche del colonialismo – tra cui la fine della tratta atlantica, l’apertura del Canale di Suez e il crescente interesse delle potenze europee per il continente africano – il testo colloca l’opera di Comboni all’interno di questo scenario in rapida trasformazione.

L’autore sottolinea come Comboni mantenne una relativa autonomia rispetto alle grandi potenze europee, nonostante disponesse di protezioni diplomatiche austriache e italiane. A differenza di altri missionari, come Charles Lavigerie, egli non fu direttamente strumento delle politiche coloniali europee. Tuttavia, questa autonomia fu solo parziale: Comboni risultò infatti profondamente condizionato dal potere egiziano, che esercitava un controllo diretto sul Sudan e utilizzava le missioni anche come strumenti di penetrazione e “civilizzazione”.

Il testo evidenzia come la sopravvivenza stessa della missione comboniana dipendesse dal sostegno logistico e politico del governo egiziano, creando un legame ambiguo che finì per far percepire i missionari come alleati del potere dominante agli occhi delle popolazioni locali. Tale percezione contribuì all’isolamento della missione e alla sua vulnerabilità, soprattutto nel contesto delle tensioni che portarono alla rivolta mahdista.

Particolare rilievo viene dato al rapporto tra Comboni e figure come Charles Gordon, simbolo dell’intreccio tra interessi egiziani e britannici, e alla fiducia che il missionario riponeva nelle conquiste egiziane come possibile strumento per la diffusione del cristianesimo. Questa visione, tuttavia, si rivelò illusoria, poiché ignorava le violenze e le dinamiche di resistenza locali.

In conclusione, l’articolo sostiene che, pur non essendo un agente diretto del colonialismo, Comboni ne fu inevitabilmente coinvolto e condizionato. La sua opera missionaria seguì le sorti delle imprese coloniali, ma al tempo stesso lasciò un’eredità duratura, contribuendo alla nascita della Chiesa locale sudanese, sopravvissuta oltre la fine del dominio coloniale.

Sintesi delle idee principali

L’articolo esamina in profondità i rapporti tra Daniele Comboni e il contesto del colonialismo ottocentesco, mettendo in luce una relazione complessa, ambigua e non riducibile a schemi semplicistici. L’autore colloca innanzitutto l’esperienza missionaria di Comboni all’interno del più ampio quadro storico della penetrazione europea ed egiziana in Africa, determinata da fattori molteplici: la lunga tradizione della tratta degli schiavi, la sua parziale soppressione lungo la rotta atlantica ma la persistenza di quella orientale, e soprattutto le trasformazioni geopolitiche legate all’apertura del Canale di Suez nel 1869. Quest’ultimo evento rese strategiche aree fino ad allora marginali, come il Mar Rosso e il Sudan, attirando l’interesse delle potenze europee e rafforzando il ruolo dell’Egitto.

In questo scenario, il Sudan occupava una posizione cruciale: controllato dagli egiziani, costituiva una porta d’accesso all’Africa centrale grazie al Nilo. Fu proprio in questo contesto che si inserì l’azione missionaria di Comboni, il quale operò negli stessi anni in cui si stava delineando la spartizione coloniale del continente, formalizzata poco dopo la sua morte con il Congresso di Berlino del 1884.

Uno dei nuclei centrali dell’articolo riguarda il grado di autonomia di Comboni rispetto agli interessi coloniali europei. L’autore riconosce che egli fu relativamente libero rispetto alle potenze occidentali: pur essendo legato all’Austria e all’Italia, non subì un vero condizionamento politico da parte di questi Stati. L’Impero austro-ungarico garantì protezione diplomatica alla missione senza imporre una linea politica, mentre l’Italia, ancora poco attiva sul piano coloniale durante la vita di Comboni, non esercitò alcuna influenza significativa. Ciò distingue Comboni da altri missionari contemporanei, come Charles Lavigerie, più strettamente legati alle strategie coloniali dei rispettivi paesi.

Tuttavia, questa relativa indipendenza non implica una totale estraneità al colonialismo. L’articolo dimostra infatti che il vero condizionamento subito da Comboni fu quello esercitato dall’Egitto, potenza regionale che agiva con modalità analoghe a quelle coloniali europee. Il governo egiziano consentì e sostenne la presenza missionaria in Sudan, ma entro limiti ben precisi: divieto di evangelizzazione tra i musulmani e libertà d’azione confinata alle popolazioni africane non islamizzate del sud. In questo senso, la missione si inseriva funzionalmente nel progetto egiziano di controllo e sfruttamento del territorio.

Un aspetto fondamentale messo in evidenza è la dipendenza materiale e logistica della missione dal potere egiziano. Senza l’appoggio del governo, Comboni e i suoi collaboratori non avrebbero potuto nemmeno accedere al Sudan né operare al suo interno. I missionari usufruivano di facilitazioni decisive: trasporti lungo il Nilo, autorizzazioni doganali, protezione militare e supporto nelle spedizioni. Questo rapporto privilegiato, pur garantendo la sopravvivenza della missione, contribuì a identificarla agli occhi delle popolazioni locali con il potere dominante, generando diffidenza, ostilità e isolamento.

L’articolo sottolinea come tale ambiguità si manifestò in diversi episodi concreti, nei quali la missione apparve strettamente legata alle autorità egiziane. La protezione governativa, ad esempio, rafforzava l’idea che i missionari fossero parte integrante dell’apparato coloniale, anche quando le loro intenzioni erano diverse. Questo contribuì a compromettere i rapporti con le popolazioni locali e a rendere la missione vulnerabile nei momenti di crisi.

Particolare rilievo viene attribuito anche alla figura di Charles Gordon, il cui operato evidenzia l’intreccio tra interessi egiziani e britannici. Il Sudan, formalmente sotto controllo egiziano, era infatti sempre più influenzato dalla Gran Bretagna, soprattutto dopo l’acquisizione del controllo sul Canale di Suez. Comboni si trovò così inserito, spesso senza piena consapevolezza, in una rete di interessi politici che collegava il contesto locale alle dinamiche imperiali europee.

Un altro elemento critico riguarda la visione che Comboni aveva delle conquiste egiziane. Egli tendeva a interpretarle in chiave provvidenziale, ritenendole potenzialmente utili alla diffusione del cristianesimo. Questa prospettiva lo portò a sottovalutare le violenze e le contraddizioni del dominio egiziano, nonché le tensioni crescenti tra le popolazioni locali. L’incapacità di cogliere la portata della rivolta mahdista è un esempio significativo di questo limite: Comboni interpretò il fenomeno attraverso le categorie del potere dominante, senza comprenderne le radici profonde.

L’articolo evidenzia inoltre come la missione comboniana finì per essere coinvolta nelle dinamiche del colonialismo anche dopo la morte del suo fondatore. Il suo destino fu infatti strettamente legato alle vicende politiche della regione: subì i contraccolpi della caduta del dominio egiziano e poté riprendere la propria attività solo sotto il controllo britannico, entro limiti stabiliti dalle autorità coloniali.

In conclusione, l’autore sostiene che le subordinazioni di Comboni al colonialismo furono reali, anche se spesso indirette e non pienamente consapevoli. Egli non fu un agente delle potenze europee, ma operò inevitabilmente all’interno di un sistema di potere che ne influenzò profondamente l’azione. La sua esperienza missionaria rappresenta quindi un caso emblematico delle ambiguità che caratterizzarono il rapporto tra evangelizzazione e colonialismo nel XIX secolo.

Nonostante questi limiti e contraddizioni, l’articolo riconosce anche l’eredità positiva dell’opera comboniana: il “seme” del cristianesimo piantato in Sudan sopravvisse alla fine del colonialismo e contribuì alla nascita di una Chiesa locale autonoma. Questo elemento finale invita a una valutazione equilibrata della figura di Comboni, capace di tenere insieme sia i condizionamenti storici sia i risultati duraturi della sua azione.

I complessi rapporti di Daniele Comboni con il colonialismo europeo ed egiziano

Daniele Comboni impostò la missione in Sudan negli anni in cui prendevano corpo in Africa gli interessi coloniali delle potenze europee. All’origine del colonialismo ottocentesco furono numerosi fattori, storici, geografici e politici.

Dal punto di vista storico l’Africa era stata sempre, purtroppo, un fertile serbatoio di schiavi tanto per le potenze europee, operanti sulla costa atlantica, quanto per i turco-ottomani dalla parte opposta, cioè a est. Nel corso dell’Ottocento la tratta atlantica degli schiavi fu soppressa ma rimase attiva quella orientale, nell’impero ottomano, testimoniata da esploratori e missionari che cominciavano a muoversi all’interno del continente, rivelandone la conformazione e le potenziali ricchezze, ma anche le brutalità che caratterizzavano le carovane di schiavi avviati verso i mercati levantini. Ciò accrebbe la pressione dell’opinione pubblica europea per un intervento civilizzatore e umanitario al fine di porre fine a tale scandalo.

Dal punto di vista geografico l’apertura del Canale di Suez (1869) rivoluzionò il commercio e l’economia internazionali attirando l’attenzione e gli interessi di tutte le grandi potenze sul Mar Rosso e sulla costa africana prospiciente l’Oceano Indiano, un’area geografica fino a quel momento del tutto ininfluente che si trasformò rapidamente in un punto strategico. Ciò che di rimbalzo accrebbe enormemente l’importanza dell’Egitto, cui apparteneva la lingua di terra dove fu aperto il canale.

Politicamente, quindi, l’Africa, e in particolar modo l’Egitto, che fino ad allora erano rimasti ai margini della storia, entrarono improvvisamente nel raggio di interesse della politica internazionale e delle potenze europee.

Comboni arrivò in Sudan per la prima volta negli anni Cinquanta dell’Ottocento e vi ritornò come Vicario apostolico e poi vescovo nel decennio successivo, cioè proprio negli anni in cui prendeva corpo quanto appena scritto. Il Sudan, conquistato da poco dagli egiziani, e quindi gestito dai governanti cairoti, era prospiciente il Mar Rosso, cioè la via d’acqua che portava al canale di Suez. Inoltre era percorso dal Nilo, reso navigabile dagli stessi egiziani, che costituiva l’unica sicura via d’accesso al cuore dell’Africa nera. L’Egitto e il Sudan si trovavano, dunque, proprio al centro del problema africano nel momento in cui le grandi potenze europee, per la somma delle ragioni appena segnalate, cominciavano a progettare la conquista del continente. Conquista che verrà pianificata e organizzata politicamente al Congresso di Berlino svoltosi nel 1884, poco dopo la morte di Comboni (1881).

Quale fu allora il suo rapporto di Daniele Comboni con il colonialismo e la politica africana delle potenze del tempo?

Si è spesso disquisito della sua libertà rispetto agli interessi coloniali. Ciò è vero solo in parte. Certamente egli fu più libero di altri missionari, come il vescovo francese di Algeri e poi cardinale  Charles Lavigerie, notoriamente condizionato dalla politica africana francese. Invece, nel caso di Comboni, pur avendo utilizzato le due cittadinanze, e i due passaporti, di cui era in possesso, quella austriaca e quella italiana, nessuna delle due sembra averne realmente condizionato l’azione. L’Italia, che dimostrò concreti interessi coloniali soltanto dopo la morte di Comboni, non lo vincolò minimamente anche perché, fuorviata dalle spinte anticlericali provenienti dalla Questione romana, non comprese, diversamente dalla Francia, l’importanza che potevano avere gli insediamenti missionari in funzione di future conquiste politico-militari. Ancora meno lo condizionò la cittadinanza austriaca perché l’Impero d’Austria (dal 1867 Austro-Ungarico), che pure garantì alla missione comboniana la protezione politico-diplomatica, cioè la copertura imperiale di fronte al governo egiziano, non fece mai pesare tale protezione gravandola con ambizioni politico-territoriali. Come è noto l’Austria-Ungheria fu totalmente assorbita dalle questioni politiche europee e dalla gestione delle minoranze nazionali e non coltivò mai nessuna ambizione coloniale in Africa, tolto un breve periodo durante il quale fu interessata alla questione del Canale di Suez in funzione dei vantaggi che potevano derivare alla portualità di Venezia. Poi la perdita del Lombardo-Veneto, e quindi di Venezia (1859-1866), riportò la sua politica dentro un’orbita esclusivamente europea.

Detto in forma più chiara, benché abbia sempre usato in Africa il passaporto viennese e sia stato a capo di un’istituzione alla quale il governo asburgico aveva fornito la propria garanzia politica, diplomatica e giuridica, Daniele Comboni non dovette mai fare la politica di Vienna; così come non sentì mai alcun obbligo verso l’Italia, che soltanto dopo la sua morte concretizzò i propri appetiti africani nel territorio che poi sarà chiamato Eritrea.

Questo, però, non autorizza dire che Comboni sia stato immune da influssi e condizionamenti coloniali. Anch’egli dovette pagare i suoi pedaggi, e mentre con orgoglio dichiarava di riuscire a tenere a distanza le interferenze consolari delle tre potenze europee che potevano vantare diritti sulla missione, la Francia, l’Austria e l’Italia, non s’accorgeva di cadere nella ragnatela ben più subdola e insidiosa della politica egiziana. Il vero condizionamento politico sulla missione fu infatti quello che esercitò l’Egitto, uno Stato africano che operò a sud delle cateratte con la stessa arroganza di una potenza coloniale europea e con brutalità tutta levantina.

La missione poté esistere soltanto grazie alla benevolenza e all’interessata generosità del governo egiziano, cioè del Viceré d’Egitto (Kedivé) che considerò i missionari, fin dal loro arrivo (nel 1848, prima di Comboni, quando fu avviato il Vicariato apostolico dell’Africa Centrale), come la punta avanzata del proprio progetto di civilizzazione e occidentalizzazione del Sudan, lasciandoli operare in completa libertà, ma solo all’interno dei limiti che con molta chiarezza aveva loro imposto. Ovvero: divieto assoluto di fare proselitismo fra i musulmani e libertà d’azione soltanto nei territori a sud di Khartoum, dove cessava il controllo egiziano e vivevano le popolazioni nere non ancora islamizzate, che gli egiziani consideravano soltanto un comodo serbatoio di gente da ridurre in schiavitù.

Senza l’aiuto governativo del sovrano d’Egitto, formalmente dipendente dal Sultano di Costantinopoli, ma di fatto indipendente, Comboni non sarebbe riuscito neppure a valicare il deserto. Va ricordato, infatti, che la missione era prima di tutto una complicatissima impresa organizzativa, costretta a introdurre ogni genere di mercanzie in un paese privo di tutto. Gli egiziani avevano introdotto in Sudan (cioè nel territorio a sud delle cateratte) una parvenza di amministrazione civile e politica, ma questo rimaneva una terra primitiva e sconosciuta, dove bisognava far tutto da sé e la morte era costantemente dietro l’angolo. Solo quando ne divenne responsabile Charles Gordon (negli anni Settanta dell’Ottocento) conobbe un minimo di efficienza all’europea, ma l’organizzazione introdotta era una goccia nel mare, e solo al servizio dello Stato. Ancora nel 1876, scrive Comboni a un corrispondente in Francia, «la maggior parte del mio Vicariato è più arretrata con la civilizzazione e nel costume, dei nostri padri, all’epoca primitiva di Adamo ed Eva». Per entrare e sopravvivere, in un simile ambiente, la protezione di chi deteneva le leve del potere era indispensabile.

In breve, il Vicariato poté esistere in virtù dell’abnegazione dei missionari, ma i missionari poterono rimanere in Sudan soltanto grazie alle agevolazioni e agli aiuti forniti dal governo egiziano. Solo qualche esempio. Ad Assuan, sul Nilo, il punto d’ingresso nel Sudan, dove si trovava la dogana, le armi di cui era dotata la missione, indispensabili per la caccia e la difesa personale dei missionari, in particolare nella zona primitiva dei Monti Nuba, non sarebbero mai passate senza i salvacondotti governativi. Comboni si spostava abitualmente sul Nilo con il piroscafo del governatore, messogli gratuitamente a disposizione. L’attraversamento del deserto della Nubia, nella spedizione che organizzò all’inizio del 1878, fu ostacolato dalla carestia che infuriava nel Sudan e che aveva ridotto la disponibilità di cammelli. A Korosko, dove iniziava il tratto desertico che si attraversava a dorso di cammello, dice Comboni, «ho trovato un gran numero di negozianti che attendevano là da quattro a sei mesi per avere i cammelli». Ebbene, il fortuito incontro con Charles Gordon, che faceva la stessa strada in senso opposto per recarsi al Cairo, risolse d’incanto la situazione: «Ebbi la fortuna di incontrare Gordon Pascià. L’ho insistentemente pregato di muovere cielo e terra per farmi dare almeno i cammelli necessari per trasportare il personale a Berber e a Khartoum ed egli è stato così buono che ha inviato molti dispacci telegrafici, ordinando ai grandi capi del deserto e ai Mudir del Sudan di darmi 80 cammelli. Grazie a Dio, in quattro giorni, su molte centinaia di cammelli ulcerati e affaticati, se ne sono scelti 50 e in undici giorni ho attraversato il deserto. Il resto della carovana l’ho inviato per la via di Dongola».

Si possono documentare molti altri episodi analoghi. Attestano certamente l’abilità di Comboni e le sue infinite entrature, ma dimostrano anche un rapporto privilegiato con i dominatori egiziani, che fece inevitabilmente apparire la missione, agli occhi sempre più inquieti dei sudanesi, come una struttura organica al governo invasore. Un episodio significativo è quello che accadde a El Obeid, capitale del Kordofan, dove l’apertura della missione provocò un tumulto dei musulmani, con minacce e percosse ai missionari. La loro protesta presso le autorità, che portò in prigione i responsabili del disordine e mobilitò addirittura gli uffici governativi al Cairo, non poté che rafforzare quest’impressione popolare e con essa l’isolamento dei missionari, guardati certamente con «timore» e fatti oggetto di tutte le «gentilezze possibili», come afferma la rivista di Comboni (la futura “Nigrizia”), ma solo perché si sapeva che dietro di loro c’era la mano pesante dei turco-egiziani.

Questo rapporto privilegiato, che conferiva prestigio e potere alla missione, ma ne accresceva l’isolamento e le inimicizie, divenne ancora più solido quando Gordon divenne governatore generale del Sudan, nel 1877. Si tenga presente che poco prima l’Egitto aveva dovuto vendere alla Gran Bretagna il proprio pacchetto azionario della società che gestiva il Canale di Suez per non finire in bancarotta. Con ciò la Gran Bretagna aveva assunto di fatto il controllo dell’Egitto. Gordon, inglese, era perciò un funzionario egiziano ma rispondeva soprattutto a Londra. Non sempre, credo, Comboni, si rese conto di essere condizionato da una ragnatela di interessi che dal Sudan andavano in Egitto ma avevano il loro terminale in Inghilterra e quindi in Europa.

L’insediamento comboniano fra i Nuba del Kordofan è quello che più risentì di questa sovraesposizione politica. Fu richiesto dai nubani nella speranza che servisse a far cessare le incursioni schiaviste egiziane, e fu prima autorizzato dal governo, come testa di ponte della penetrazione fra i neri, e, successivamente, chiuso d’autorità, con l’ingiunzione ai missionari di abbandonarlo, quando al Cairo si decise di intensificare le azioni di forza contro i locali. Questa missione fu, insomma, uno strumento della politica egiziana senza quasi che i missionari, forse neppure Comboni, se ne accorgessero.

Anche il giudizio che diede Comboni del Mahdi, che si impadronirà del Sudan dopo la sua morte, nell’unico punto in cui ne parla, appare appiattito su quelle che erano le posizioni governative, incapace di vedere la realtà del paese nel quale operava, dove stava maturando una rivolta di incontenibile violenza che avrebbe travolto anche la missione. Rileggiamo le sue parole. «Mi racconta il console austriaco essere il Sudan in piena ribellione a causa di un sedicente profeta che si dice mandato da Dio a liberare il Sudan dai turchi e dall’influenza cristiana. Egli da anni raccoglie le imposte per sé, ed ha ai suoi cenni moltissimi di quelli che non possono più arricchire per non poter più fare la tratta degli schiavi (e sono nove decimi degli indigeni) e quelli che pagano le imposte. Questo profeta l’ho veduto io nel 1875 con altri missionari, quando col vapore governativo siamo andati al di là di Tura el Khadra nel paese di Cavala, e là lo vedemmo, nudo sopra un cammello, e si diceva che viveva in caverne con donne nude. L’altro ieri Rauf Pascià, governatore del Sudan, mandò un vapore con 200 soldati e il cannone per catturarlo e rimasero tutti massacrati. Ora vuole lo stesso Rauf Pascià partire con buon nerbo di truppe. Vedremo».

Come stupirsi, davanti a giudizi come questo, se la missione apparve ai dervisci l’istituzione più legata al disegno coloniale turco-egiziano? Se i missionari furono giudicati le pedine più disciplinate di un’invasione, fedeli al governo più ancora dell’esercito? Innumerevoli scritti di Comboni attestano la sua incondizionata fiducia nella politica egiziana. Il più sconcertante è il rapporto che segue, indirizzato a Propaganda Fide, redatto all’indomani della conquista egiziana del Darfur. «Nel vicino, conquistato impero del Darfur – scrive – si organizzano alacremente cinque grandi Mudirie o province egiziane per opera di Ismail Ayub Pascià, governatore generale mio amico. Io sono ancora perfettamente informato che il dovizioso Kedivé aspira alla conquista del grande impero del Waday ed a quello del Bornù, e, dirò così, a quasi tutta l’Africa Centrale. Malgrado non poche obiezioni per la sentenza contraria, io sono d’avviso che il fatto sussistente delle egiziane conquiste può contribuire alla diffusione della vera fede cattolica nell’Africa Centrale. Io sto con cent’occhi per studiare i mezzi per trar profitto da questi fatti importanti. Come nelle meravigliose scoperte dell’industria e nei sublimi concepimenti del genio umano, lo sguardo illuminato della fede contempla, specialmente nel nostro secolo, i mezzi di cui Dio si serve per compiere i suoi disegni sui popoli, e condurre gli uomini ai suoi immortali destini, altrettanto mi pare che la Provvidenza si serva delle umane conquiste per trarre profitto alla diffusione dell’Evangelo in queste terre e al trionfo della verità. L’Egitto diventa sempre più importante. Oltre alla recente conquista dell’impero del Darfur, una odierna lettera ricevo dal colonnello Gordon che m’informa aver egli potuto compiere il tratto del Fiume Bianco da Rejaf a Kerri con una feluca, mentre si credette fino a oggi impossibile la navigazione per le cateratte che lo facevano innavigabile. Sono quindi diminuite le difficoltà di comunicazione fra Gondokoro e le sorgenti del Nilo e i Nyanza [i grandi laghi]. Sembra che l’impresa di Gordon pieghi in meglio. In base a questi risultati ottenuti e che probabilmente si atterrano mi permetta di segnalare questo fatto importantissimo. Se le conquiste egiziane camminano di questo passo, fra pochi anni lo Stato di S. A. il Kedivé d’Egitto diventerà un regno colossale. È mio grande impegno lo studiare ogni via per trarne profitto in favore della nostra santa Fede».

In realtà le cose andarono ben diversamente. Comboni, infatti, morì prima che la rivolta indigena radesse al suolo il «colossale regno» cairota, la missione e le sue – in questo caso – troppo incaute previsioni. L’opera comboniana registrò dunque tutti i contraccolpi delle fortune e dei rovesci che subirono le costruzioni coloniali africane. Essendone stata una conseguenza, non poté non seguirne il destino. I condizionamenti politici di cui fu vittima furono meno percepibili che in altri casi, ma non per questo meno sottili e insidiosi.

E non bisogna dimenticare che quando i comboniani tornarono in Sudan, dopo la fine della Mahdia e al seguito degli inglesi, i veri gestori del Sudan, poterono farlo soltanto entro i limiti, anche geografici, loro prescritti dagli amministratori britannici.

Le subordinazioni di Comboni al colonialismo europeo sono insomma reali e innegabili. Ma per quando sia vero che egli non ne fu esente, è altrettanto vero che il seme cristiano che egli piantò in Sudan è sopravvissuto alla fine del colonialismo e ha dato vita, sia pure tra tutte le difficoltà che conosciamo, alla chiesa locale sudanese e sud sudanese.

Gianpaolo Romanato

Fonte: Gianpaolo Romanato, L’Africa di Daniele Comboni. Missione, esplorazione, avventura, Studium, Roma, 2026, pp. 291ss.  

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