fr Alberto Parise MCCJ
Contesto e motivazioni del documento
Si aspettava molto dal primo documento firmato da Papa Leone XIV. Come sappiamo, il primo documento di un papa spesso delinea le linee principali del suo pontificato. Alla pubblicazione dell’esortazione apostolica Dilexi Te, ho inizialmente provato sorpresa, perché non è un documento programmatico – come Evangelii Gaudium – né, strettamente parlando, un documento della dottrina sociale della Chiesa, che ci si sarebbe potuti aspettare vista la scelta del nome Leone da parte del pontefice. Come ha spiegato lo stesso Papa Leone, questa scelta si richiamava a Leone XIII, che affrontò le “cose nuove” della sua epoca portate dalla Rivoluzione Industriale e inaugurò la moderna tradizione della dottrina sociale cattolica.
Mi sono poi chiesto perché Papa Leone abbia scelto di scrivere questo documento, e ho trovato la risposta al suo interno. Innanzitutto, Dilexi Te è un segno di comunione e continuità con il magistero di Papa Francesco. Infatti, Papa Francesco aveva iniziato a preparare un documento sulla cura della Chiesa per i poveri, in continuità con Dilexit Nos (DT 3), e aveva già scelto il titolo Dilexi Te. Papa Leone ha ripreso quella stesura, arricchendola con proprie riflessioni. Leggendo il documento, mi sono sentito invitato a fare lo stesso: apprezzare il profondo legame tra l’amore di Cristo e la sua chiamata alla cura dei poveri, aggiungendo le nostre riflessioni basate sulla nostra esperienza ministeriale e sul carisma della nostra Congregazione.
Il testo offre anche preziose indicazioni sul contesto storico che ha motivato questa esortazione apostolica. Da un lato, risponde alla cultura dominante dell’indifferenza e dello scarto che vorrebbe abbandonare i poveri al loro destino, considerandoli indegni di attenzione o rispetto (DT 105). Oggi c’è una tendenza crescente a biasimare i poveri per la loro condizione, mentre la disuguaglianza e l’esclusione si espandono in modo esponenziale. La visione del mondo dominante esalta la ricchezza e il successo sociale a qualsiasi costo – anche a scapito degli altri – approfittando di sistemi sociali e politici ingiusti che favoriscono i potenti (DT 11).
Dall’altro lato, Papa Leone esprime preoccupazione che tali atteggiamenti stiano addirittura infiltrandosi nella Chiesa (DT 15). Alcuni cristiani deridono le opere di carità o rifiutano l’elemosina con il pretesto di evitare la “dipendenza”, dimenticando che questi atti sono mezzi essenziali di contatto, incontro ed empatia con i poveri (DT 115). Altri si concentrano esclusivamente sulla preghiera e sull’ortodossia, sostenendo che la cura dei poveri sia responsabilità dello Stato. Altri ancora, compresi alcuni nella vita consacrata, liquidano il ministero sociale, lo sviluppo umano integrale e l’ecologia integrale come mero “lavoro da ONG”. In risposta, Dilexi Te cerca di mostrare che la sollecitudine per i poveri è sempre stata una dimensione essenziale dell’identità della Chiesa.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che Papa Francesco ha lanciato un processo di rinnovamento nella Chiesa – sia spirituale che strutturale – caratterizzato da una prospettiva marcatamente pastorale. Dilexi Te sottolinea che una delle costanti in ogni movimento di rinnovamento ecclesiale è stata l’opzione preferenziale per i poveri (DT 103).
L’approccio del documento
Nel suo nucleo, Dilexi Te adotta una prospettiva cristologica per esplorare il rapporto tra la Chiesa e i poveri. Questo rapporto è radicato nel mistero dell’Incarnazione. Gesù stesso è stato radicalmente povero: si è spogliato di sé, e la sua povertà è diventata il fondamento della sua missione per rivelare l’amore sconfinato di Dio per l’umanità. La povertà ha segnato ogni aspetto della sua vita. Come nota l’esortazione, egli era un Messia povero – ma anche un Messia dei e per i poveri.
Gesù si identifica con i poveri a tal punto che tutto ciò che facciamo per “il più piccolo di questi”, lo facciamo per lui. In altre parole, c’è una presenza sacramentale di Gesù nei poveri (DT 44). Avvicinarsi a loro ci permette di incontrare nuovamente Cristo in modo trasformativo e vivificante.
DT ricorda che Gesù imparò dal Padre un amore preferenziale per i poveri, mosso dalla compassione per la debolezza umana (DT 16). Cercando di inaugurare un regno di giustizia, fraternità e solidarietà, Dio mostra un amore speciale per coloro che sono discriminati e oppressi, e chiama la Chiesa a fare una scelta decisiva e radicale a favore dei più deboli. Papa Leone ci ricorda che “per i cristiani, i poveri non sono una categoria sociologica, ma la carne stessa di Cristo. Non basta professare in termini generali la dottrina dell’Incarnazione. Per entrare veramente in questo mistero, dobbiamo comprendere che il Signore ha assunto una carne che ha fame e sete, e che sperimenta l’infermità e la prigionia” (DT 110).
Gesù non solo si identifica con i poveri, ma dirige la sua missione principalmente verso di loro. Avvicinare l’umanità a Dio è, soprattutto, un’opera di liberazione per coloro che sono legati dal male, dalla debolezza e dalla povertà (DT 21). Egli mostrò compassione verso i malati e i peccatori – coloro che erano emarginati dalla società. Pertanto, l’impegno della Chiesa per lo sviluppo integrale dei membri più trascurati della società scaturisce direttamente dalla sua fede in Cristo, che si è fatto povero, è rimasto vicino ai poveri e agli esclusi (DT 23), e ha annunciato loro la buona novella: “Dio è vicino; Dio vi ama” (DT 21).
Un excursus storico: l’amore per i poveri attraverso i secoli
Ispirati da questo fondamento cristologico, gli Istituti Religiosi nel corso della storia hanno reso visibili diverse dimensioni della presenza di Gesù tra i poveri – Gesù che annuncia la buona novella come guaritore, maestro, liberatore – aiutando le persone a sperimentare la realtà del regno di Dio. Grandi trasformazioni sociali hanno spesso generato nuove forme di povertà, suscitando nuove risposte ecclesiali: ad esempio, la nascita degli ordini mendicanti nel XIII secolo o i ministeri per i migranti nel XIX. L’amore incarnato nell’azione compassionevole è sempre stata una genuina forza di cambiamento, ispirando sforzi per affrontare le cause strutturali della povertà (DT 91). Fin dai Padri della Chiesa primitiva, il legame tra amore di Cristo e giustizia sociale è stato chiaro. Papa Leone cita San Giovanni Crisostomo e Sant’Ambrogio, che condannavano l’indifferenza verso i poveri come una forma di furto (DT 39–43).
Un cambiamento significativo avvenne durante la Rivoluzione Industriale. Con nuovi strumenti di analisi sociale, la Chiesa iniziò a sviluppare la propria dottrina sociale. Questo ha segnato un’innovazione radicale: guardare la realtà in termini sistemici, discernere le radici strutturali dei mali sociali e identificare il peccato sociale – l’egoismo e l’indifferenza collettivi che si cristallizzano nei sistemi sociali (DT 93).
La dottrina sociale della Chiesa riflette dunque teologicamente sulle strutture peccaminose che perpetuano la povertà e la disuguaglianza. Come nota l’esortazione, citando Evangelii Gaudium (EG 202), i progetti di assistenza che affrontano i bisogni immediati sono solo soluzioni provvisorie. Rimangono inadeguati a meno che le ingiustizie strutturali non vengano riconosciute e trasformate attraverso un cambio di mentalità e politiche efficaci per il cambiamento sociale (DT 97).
Papa Francesco ha ripetutamente sottolineato che non stiamo vivendo solo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca – una nuova epoca significativa come la Rivoluzione Industriale. Riguardo alla povertà, Papa Leone insiste sul fatto che dobbiamo continuare a denunciare la “dittatura di un’economia che uccide” ed esporre le crescenti disuguaglianze che ne derivano. Tale squilibrio, scrive,
“è il risultato di ideologie che difendono l’autonomia assoluta del mercato e della speculazione finanziaria. Di conseguenza, rifiutano il diritto degli Stati, incaricati della vigilanza per il bene comune, di esercitare qualsiasi forma di controllo. Sta nascendo una nuova tirannia, invisibile e spesso virtuale, che impone unilateralmente e senza tregua le proprie leggi e regole” (DT 92).
Uno dei segni più significativi dei nostri tempi – che collega eventi storici con l’avvento del regno di Dio – è l’ascesa dei movimenti popolari. Papa Francesco ne ha colto l’importanza e ha iniziato a incontrarsi regolarmente con movimenti che difendono i diritti al lavoro, alla casa e alla terra. Questi movimenti rivelano che le comunità emarginate non sono semplici destinatari di aiuti, ma agenti di trasformazione che lavorano per un mondo più giusto, fraterno e sostenibile (DT 100). La vera trasformazione deve essere partecipativa e dal basso – radicata nella solidarietà come via per fare storia. Ci sfidano a passare da politiche sociali per i poveri a processi con e dei poveri (DT 81), incarnando ciò che Papa Francesco descrive attraverso l’immagine del poliedro (EG 236). Questa figura rappresenta l’unità nella diversità: un tutto composto da parti distinte e uniche, ciascuna delle quali mantiene la propria identità.
All’interno di questo modello, la guarigione delle relazioni umane richiede un dialogo inclusivo e continuo che non emargini nessuno. Nel poliedro sociale, i poveri hanno un posto attivo e creativo, insieme alla loro cultura e saggezza. Riconoscere ciò richiede umiltà: individui e gruppi rappresentano solo prospettive parziali, eppure insieme – uniti agli altri e al creato – possono costruire un mondo che si prenda cura genuinamente di tutti e della nostra casa comune.
L’obiettivo ultimo, sia nel lavoro pastorale che nella politica, è plasmare una società che assomigli a un poliedro: una società che promuova la partecipazione e l’unità senza cancellare la differenza. Una tale integrazione rispettosa guarisce non solo le relazioni tra gli esseri umani ma anche il nostro rapporto con il creato e, in definitiva, con Dio, la cui immagine risplende nella diversità della creazione.
Conclusione
A questo punto, possiamo chiederci cosa lo Spirito Santo invita le Congregazioni Religiose a discernere nei segni dei tempi. Sembrano non avere più il ruolo di protagoniste nella trasformazione sociale, eppure Dilexi Te afferma che la loro presenza tra i poveri – condividendone la vita e le lotte – è una delle forme più alte di testimonianza evangelica (DT 101). I religiosi sono chiamati a farsi evangelizzare dai poveri, riconoscendo la misteriosa saggezza che Dio comunica attraverso di loro e attraverso i movimenti popolari (DT 102).
Sebbene i sociologi riconoscano alla Chiesa il ruolo di “madre dell’opera sociale”, il Vangelo sociale vissuto dai religiosi differisce fondamentalmente nello spirito e nel metodo dall’azione umanitaria: è un ministero di evangelizzazione. Proclama il Vangelo, afferma il diritto dei poveri di celebrare e comunicare la propria fede, e valorizza la ricchezza culturale presente tra di loro (DT 100).
La solidarietà con i poveri e l’accompagnamento nelle loro lotte non è semplicemente attivismo – è una grazia che trasforma sia chi dona che chi riceve. Attraverso questa mutua trasformazione, si dispiega un autentico processo di incontro interculturale, che rivela l’amore di Dio fattosi carne tra gli ultimi dei nostri fratelli e sorelle.




