The Social and Ecological Dimension of Mission Today

p. Giuseppe Caramazza MCCJ

La missione della Chiesa nel mondo è sempre uguale, eppure sempre nuova. Il Vangelo non può essere annunciato se non nel contesto in cui si vive. Con il cambiare dei tempi, delle culture e dei luoghi, muta anche il contesto, e quindi la missione deve trovare nuove vie per proclamare il Vangelo.

Nella sua predicazione, Gesù ha insistito sulla categoria ‘regno’. Avrebbe potuto scegliere un’altra descrizione della società che lui voleva costruire. Aveva di fronte a sé molte possibilità: una descrizione spirituale, il Tempio, la sinagoga, altre forme religiose come Qumran, il movimento farisaico, il discepolato di Giovanni il Battista … Eppure egli scelse di parlare di regno, e questa è una categoria politica. Occorre però notare che la parola ebraica malkut, come il suo corrispondente greco basileia, indica sia la struttura politica che il processo governativo. Regno di Dio va quindi tradotto come la modalità con cui Dio regna. Questo punta decisamente al ruolo sociale che è al cuore dell’evangelizzazione.

Il Regno annunciato da Gesù non è una realtà dell’aldilà. Il Regno è qui in mezzo a noi, ci ha assicurato. Possiamo definire il Regno come la nuova società guidata dalla modalità che Dio desidera, una situazione dove ogni persona ha la possibilità di crescere e realizzarsi, dando il meglio di sé. Questa è anche la società umana che i missionari annunciano e desiderano far crescere attorno a noi.

In una recente intervista, padre Luigi Codianni, superiore generale dei Missionari Comboniani, ha detto “Il futuro della missione si gioca in una dimensione sempre più globale e interculturale: il missionario di oggi e di domani deve essere capace di dialogare con le culture digitali, attento al grido dei poveri e al grido della terra, pronto a vivere in contesti segnati da conflitti e migrazioni, preparato al dialogo interreligioso e interculturale”. Questa affermazione contiene delle indicazioni preziose. La missione, come sempre, ha una dimensione sociale e politica, a cui si aggiunge ora l’attenzione al grido della terra: la dimensione ecologica.

Ma andiamo per ordine, la dimensione globale e interculturale. È da tempo finita la missione romantica, la visione del missionario occidentale che raccoglie il villaggio attorno al fuoco, vicino al fiume, alla sera, per raccontare il vangelo. Dubito che mai ci sia stata una missione così, ma certamente questa immagine era suggestiva. Da bambino, ho spesso visitato il museo africano di Verona, ospitato nella casa madre dei comboniani. Ci andavamo annualmente con la scuola e con la classe di catechismo. È lì che ho sentito molte volte i vecchi missionari parlare in modo fantastico della missione. Quel mondo è tramontato.

Oggi la missione è davvero globale ed interculturale. Ce lo ha ricordato papa Leone qualche giorno fa. Durante la celebrazione del giubileo del mondo missionario (5 ottobre 2025), Papa Leone ha affermato: “oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche … non si tratta tanto di “partire”, quanto invece di “restare” per annunciare il Cristo attraverso l’accoglienza, la compassione e la solidarietà: restare senza rifugiarci nella comodità del nostro individualismo, restare per guardare in faccia coloro che arrivano da terre lontane e martoriate, restare per aprire loro le braccia e il cuore, accoglierli come fratelli, essere per loro una presenza di consolazione e speranza”.

A queste immagini, vorrei aggiungere che la missione oggi è globale e interculturale anche in altri sensi. Non solo la missione non può più essere considerata in senso geografico, un andare alle genti, visto che dovunque c’è bisogno di annunciare il vangelo. La missione è globale perché siamo sempre più coscienti che occorre non solo proclamare il vangelo alle persone, ma occorre anche evangelizzare le strutture sociali, la politica, l’economia … L’evangelizzazione deve raggiungere tutte le sfere dell’esperienza umana.

Il Papa ha notato un nesso tra missione e accoglienza dei migranti. Se questa accoglienza si limiterà ad avvicinarsi al singolo migrante che giunge in una nuova società, sarà un fallimento. Certo, occorre la carità verso chi ha bisogno di ospitalità e sostegno. È pur vero che avere una presenza missionaria nell’ambito delle migrazioni umane vuol anche dire un impegno politico, instaurare un dialogo con chi ha il compito di organizzare la società, il mondo politico appunto, affinché l’interesse per i migranti non sia un impegno passeggero, senza un orizzonte futuro.

Siamo in Italia, e parlando di migrazioni pensiamo subito a quelle che vediamo accadere lungo le nostre coste … ma sarebbe riduttivo pensare solo a questo fenomeno. Le migrazioni all’interno dei continenti superano di molto quelle che dal Sud del mondo si muovono verso l’occidente.

Ad esempio, negli ultimi due anni, la guerra in Sudan ha generato circa dodici milioni di sfollati. Dodici milioni di persone che hanno dovuto abbandonare le loro case, le loro occupazioni, le loro radici per poter vivere. Milioni di persone che forse non potranno mai più tornare alle loro case. A questi, si aggiungono i milioni di giovani che si spostano in Africa, e in altri continenti, in cerca di un lavoro, in cerca di sicurezza.

Pensare alle cause di tali migrazioni e alle possibili soluzioni per risolvere le emergenze che le creano, vuol dire disegnare un nuovo ordine sociale, e questa è azione politica.

C’è poi la grande domanda che aleggia nell’aria. Le nostre comunità ecclesiali sono veramente pronte a confrontarsi con lo straniero in mezzo a noi? Apriamo davvero la porta alla partecipazione a titolo pieno nelle nostre attività, a cominciare dal cammino sinodale, che prevederebbe la presenza di tutti, l’ascolto ma anche la disponibilità ad accogliere valori nuovi e nove prospettive di fede?

Sfortunatamente, la questione della piena cittadinanza non è ancora diventata un valore acquisito. Anzi, spesso le comunità locali si ergono a riccio contro la piena accoglienza di chi è percepito come straniero. Questo è dovuto alle paure che ogni cambiamento porta con sé. Molte comunità locali temono il cambiamento perché sono insicure della loro stessa identità. Eppure, ricorda Papa Francesco, rifiutarsi di affrontare la questione vuol dire preparare “il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrarre le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”, (Fratelli Tutti, #131).

Va qui sottolineato che un’accoglienza senza regole sarebbe altrettanto disastrosa. Chi accoglie e chi viene accolto devono insieme fare un cammino di riscoperta di sé stessi, della propria identità, dei propri interessi. Solo così ci sarà la base della vera alterità. Alterità non vuol dire una differenza da colmare per giungere alla conformità, l’appiattimento delle diversità. Al contrario, l’alterità deve essere vista come una opportunità: il saper riconoscere le differenze, il saper trovare un terreno comune, nel pieno rispetto dell’altro, per poter costruire insieme. Questo è il modo di valorizzare le identità individuali senza compromettere nuovi traguardi futuri.

Sempre durante la celebrazione del Giubileo della missione, Papa Leone ha ricordato che “lo Spirito ci manda a continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente?

Il Papa si rifà alle domande che il profeta Abacuc rivolge a Dio. Ma Dio ricorda al profeta Abacuc che egli è stato posto come sentinella della giustizia in mezzo al popolo. Così anche noi oggi possiamo pensare che sia il nostro compito di credenti diventare artefici di giustizia e di pace nelle nostre comunità.

La missione è interculturale perché ormai nessun popolo può pensare di detenere una verità evangelica da condividere con gli altri. Occorre quindi entrare in un nuovo ordine di idee riguardo l’importanza delle culture e del loro diritto di interpretare il messaggio evangelico lungo linee culturali diverse. Questo è vero tra culture etniche – cultura spagnola e cultura tailandese – ma è anche vero tra linee generazionali.

Non a caso Padre Codianni parla di cultura digitale, e questo si riferisce alla grande trasformazione della comunicazione che sta avvenendo attorno a noi. Le nuove generazioni, in tutto il mondo, non dipendono più dalla produzione cartacea. Comunicano attraverso i mezzi digitali, i social. Non parlano più il linguaggio con cui le generazioni precedenti sono cresciute. Usano modi nuovi, modelli diversi. Ebbene anche l’evangelizzazione deve tener conto di questa trasformazione del linguaggio e delle modalità di comunicare. Non si tratta di fare il verso alla Gen Z, i giovani nati negli ultimi vent’anni, ma di acquisire i nuovi modelli comunicativi per poter dialogare con loro, per poter usare i mezzi digitali in modo proficuo per la comunicazione del vangelo. Il superamento di vecchie forme di comunicazione può spaventarci. Eppure dobbiamo fare lo sforzo per poter essere presenti nel mondo di oggi.

Al di là delle modalità, rimane il cuore del messaggio divino. Un messaggio che sprona all’azione. Nel libro dell’Esodo leggiamo che “il loro grido è giunto sino a me”, sono le parole di un Dio che si immischia nell’avventura umana e che non può rimanere insensibile al grido della persona abusata, piegata da ogni tipo di povertà e sofferenza. Il missionario rispecchia questa sensibilità al grido del povero, di colui che vive nella periferia del mondo.

Non a caso l’annuncio del Vangelo acquista un sapore particolare quando viene amplificato dalla presenza accanto agli ultimi della terra: i senza terra, i rifugiati, gli abitanti delle tante baraccopoli del sud del mondo, i giovani che si vedono precludere il futuro. La lista è senza fine.

Esiste anche il grido della Terra. Un grido ce si è fatto più urgente e stridente negli ultimi anni. La questione ecologica non è nuova. Già agli inizi degli anni ’90, il noto missionologo protestante sudafricano David Bosch osservò che la responsabilità cristiana verso l’ambiente “è stata solo molto raramente collegata all’impegno missionario della Chiesa”. In seguito ha affermato: “Una missiologia della cultura occidentale deve includere una dimensione ecologica. È ormai da tempo che non possiamo più permetterci di escludere l’ambiente dalla nostra agenda missionaria”. Nei decenni a seguire, la questione è stata affrontata da altri teologi, ma sempre in articoli specializzati che non raggiungevano i fedeli delle varie chiese.

L’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco non è quindi un documento piovuto dal cielo, è il risultato di un lungo cammino sia della riflessione teologica che della società civile. In quel documento, il Papa pone sul tavolo vari elementi che hanno una correlazione forte con il cambiamento climatico. Eppure questo non sembra essere il problema maggiore. Il cambiamento climatico è grave ed impatta sulle nostre vite. Ma occorre sanare il problema alla radice. E questo può esser fatto solo trasformando i modelli sociali ed economici oggi prevalenti: il consumismo esasperato, la poca attenzione alla salute delle persone, la mancata osservanza dei diritti delle persone, l’erodersi degli spazi privati, l’invasione nelle vite dei cittadini … Occorre ristabilire una società che ponga la persona al centro.

In questo impegno le religioni hanno un ruolo centrale. Non possiamo pensare che i centri di potere finanziario e politico abdichino facilmente ai loro interessi di controllo e profitto. Solo le organizzazioni religiose possono mettere in campo la volontà di trasformazione, la forza morale per chiedere una gestione responsabile della cosa comune – e dell’economia – e al contempo muovere gruppi consistenti di persone che accolgano la sfida della trasformazione.

Come comboniani come rispondiamo a queste sfide? I singoli confratelli e le province comboniane sparse nel mondo rispondono a questa sfide in molti modi. Possiamo notare alcune attività interessanti.

In Brasile, i nostri confratelli che lavoravano ad Açailandia si sono impegnati nel campo della giustizia, e hanno dato vita al movimento Justicia nos Trillos. Si tratta di un’associazione senza scopo di lucro per i diritti umani e della natura. Promuove attività per discutere il modello di sviluppo egemonico delle compagnie minerarie e agro-forestali, e il lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali.

il movimento lavora a stretto contatto con le comunità interessate dalla Ferrovia del Carajás, coinvolgendo educatori, comunicatori, attivisti, ricercatori, missionari laici. L’obiettivo è quello di rafforzare le comunità locali, denunciare le violazioni dei diritti umani e naturali da parte di imprese minerarie e agroalimentari, e prevenire ulteriori violazioni.

Justicia nos trillos ha ricevuto vari riconoscimenti internazionali e, poche settimane fa, ha vinto il premio della pastorale della comunicazione delle diocesi brasiliane. Il fondatore, padre Dario Bossi ha anche ispirato e sostenuto la nascita della Rete Ecclesiale Pan Amazzonica. Oggi, padre Joseph Mumbere, comboniano congolese, è impegnato con Justicia nos trillos, assicurando che la presenza comboniana a fianco della comunità locale continui.

Nel campo politico possiamo citare CAMPSSI. Questo è un gruppo di parlamentari cattolici formatosi in Kenya nel 2012. L’ispirazione è venuta da un incontro tra padre Francesco Pierli, comboniano ed ex padre generale, e un gruppo di parlamentari che frequentava la cappella universitaria di Saint Paul, a Nairobi. Da allora il gruppo è cresciuto sino a diventare una organizzazione riconosciuta dal parlamento. Ho potuto seguire questo gruppo per una decina di anni e vedere lo sviluppo delle varie attività. Tra questa la Scuola di Politica. Il nome è altisonante, e ha attirato l’attenzione di molti. I parlamentari si riuniscono per analizzare le leggi in discussione. Si ascoltano esperti nel settore e si discutono i vari aspetti, giudicando il tutto alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.

Da queste discussioni sono nate varie iniziative: preparato i parlamentari alla discussione in aula, modificate delle proposte di legge che non favorivano il bene della società, e scritte nuove leggi. Noi comboniani non siamo ufficialmente parte di CAMPSSI, ma abbiamo sempre seguito e ispirato il gruppo.

Anche in Italia i missionari comboniani cercano di rispondere alle nuove sfide della missione. Cito due esempi: l’impegno a fianco dei migranti e delle nuove generazioni di afrodiscendenti; e l’impegno ecologico. Con i migranti lavorano in modo particolare l’associazione Bianco e Nero operante nell’area di Castel Volturno, in Campania, e Afrobrix a Brescia. In molte comunità sono stati preparati dei percorsi Laudato Si’. Si tratta di percorsi a scopo didattico, che intendono educare e far riflettere i visitatori sull’urgenza di un nuovo approccio alla natura e ai rapporti umani.

Qui a Padova, anche noi cerchiamo di partecipare a questa nuova dimensione della missione. E lo facciamo attraverso l’animazione di gruppi parrocchiali e della società civile. Nel campo ecologico, notevole è stata la partecipazione all’organizzazione delle conferenze Sul Solco della Laudato Si’, con la partecipazione di esperti. Siamo anche presenti sui media locali, con una rubrica fissa sulla Difesa del Popolo e con vari interventi a TV7.

Le attività quindi non mancano, così come una visione comune di essere missionari, evangelizzatori, anche qui in Europa. Recentemente, durante la visita ufficiale alla nostra provincia e in occasione di questa festa del nostro fondatore, padre Codianni e il suo consiglio ci hanno ricordato l’importanza di riscoprire il fuoco della missione. È un invito, ma anche un augurio che tutta la famiglia comboniana – fratelli, padri, sorelle, secolari, laici – sappia rispondere alle esigenze della missione in Europa, e di farlo con generosità.

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