La lettera del Consiglio generale sulla missione insiste sul bisogno di rimettere la missione al centro della vita dell’Istituto. Questo vuole dire anche mettere a tema il superamento della “colonialità”, cioè di quella condizione del mondo moderno costruito su gerarchie razziali, economiche e culturali create in epoca coloniale e tuttora operative. San Daniele Comboni ha anticipato questo pensiero critico: nel secolo in cui il colonialismo europeo pensava di portare la “civiltà” in Africa, Comboni si dedicava alla rigenerazione dell’Africa con l’Africa, per costruire insieme la civiltà dell’amore.
La missione cristiana moderna sorge solo nel XVI secolo nel contesto dell’espansione coloniale europea di invasione, appropriazione e depredazione dei territori del Nuovo Mondo e delle sue popolazioni. La frenetica ricerca dell’oro era accompagnata dall’instancabile lavoro di soggezione e conversione dei nativi, manodopera necessaria negli zuccherifici e nelle miniere. Anche se ci sono state voci importanti nella Chiesa del tempo che denunciarono insieme ai popoli originari dell’America le brutalità dei conquistadores, nella maggior parte dei casi, la complicità organica era indiscutibilmente normativa.
Ancora oggi, nonostante l’aspetto politico-territoriale del colonialismo sia una cosa del passato, restano dominanti le dinamiche coloniali: ad esempio, quelle di un’economia estrattiva e predatoria, o quelle di un’invasione culturale con il predominio delle conoscenze occidentali a scapito dei saperi indigeni, locali o non occidentali. Il passato coloniale continua a influenzare le società attuali, nelle istituzioni, nei sistemi educativi, nei media, nella lingua, e perfino nei modi di pensare. La profonda crisi globale dei nostri giorni – allo stesso tempo geopolitica, climatica, economica, alimentare e migratoria, che sta mettendo a rischio la vita sul pianeta – non è che il frutto di tale sistema coloniale dominante.
Il Concilio Vaticano II venne così a inaugurare una transizione tra l’esercizio di una missione pretenziosa e trionfante della cristianità e l’inizio di un processo decolonizzatore della missione stessa. A partire dal decreto Ad gentes (1965), una profonda ridefinizione della missione ha preso piede, toccandone la dimensione teologica, ecclesiologica, pastorale e antropologica, fino all’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013). Quando quest’ultima fa della missione il paradigma della vita e della pastorale della Chiesa, usa la metafora della “chiesa in uscita”, indicando uno spostamento fondamentale e sovversivo, un’uscita da sé, un distacco per percepire e mettere in discussione la realtà del mondo dal punto di vista dei poveri e degli altri. Si tratta di un movimento di decentramento, di ricollocamento nelle periferie, ma anche di un’uscita dalla mentalità di dominio, dal complesso di superiorità culturale, dai privilegi che sono frutto di strutture ingiuste e disumanizzanti. La missione pensata in prospettiva decoloniale alimenta lo scopo della denuncia e della lotta contro ogni esclusione (potere), esclusivismo (sapere) ed esclusività (essere), nell’edificazione di nuove relazioni di partecipazione, di apprendimento e di riconoscimento dell’alterità. Tutto questo porta ad uno stile di missione caratterizzato dalla dinamica dell’uscita, un’itineranza povera aperta all’incontro, che si lascia definire da ciò che viene da fuori (anziché dall’autoreferenzialità); si tratta di arrivare da “stranieri”, chiedendo ospitalità (anziché imponendo il proprio mondo, in stile coloniale), riconoscendo e accompagnando l’opera dello Spirito.
Tutto questo richiede una profonda autoconsapevolezza e riflessione sulla prassi missionaria, per un discernimento volto a promuovere una missione decoloniale. Per facilitare tale compito, mettiamo a disposizione tre approfondimenti. Anzitutto, degli spunti di natura storica sull’esperienza di Comboni (Giampaolo Romanato). Figlio del suo tempo, caratterizzato dal binomio evangelizzazione e “civilizzazione”, ebbe una sorta di conversione nei suoi ultimi anni, nel contesto dell’incontro con le popolazioni dei monti Nuba. Si rese conto che la diversità di costumi e di tecnologia non significava “arretratezza”, anzi, rimase ammirato dall’integrità morale e culturale di questi popoli, come vediamo in alcuni suoi scritti tra il 1877 e il 1879. In secondo luogo, la riflessione di Stefano Raschietti, a partire dal contesto dell’America Latina, ci aiuta a comprendere il percorso ecclesiale verso una missione decoloniale. Ed infine, Antoine Pooda ci aiuta ad approfondire la riflessione sul superamento della colonialità nel contesto africano ed il ruolo cruciale della Chiesa in tale processo.
Giornata comunitaria – Il nostro stile di missione
Dopo aver lasciato il tempo per la lettura e riflessione personale sui tre brevi saggi relativi a questa tematica, la comunità dedica una giornata alla riflessione, condivisione e discernimento comunitario. Viene proposto il seguente schema: riflessione personale, condivisione e discernimento comunitario, celebrazione.
Al cuore della riflessione personale (1 ora)
Gli approfondimenti offerti dal programma di FP su questa tematica hanno toccato diversi aspetti della missione comboniana in relazione ad uno stile decoloniale di missione. Ciascun membro della comunità è invitato a ripensare alla propria esperienza di missione che più di tutte ha preso le distanze dal proprio protagonismo e presupposti culturali, per dare spazio alla partecipazione, al diventare l’altro, per abitare le frontiere: si dia il tempo di riviverla attraverso uno sguardo contemplativo, cercando di scorgere la presenza del Signore nello svolgersi della storia. Poi, in un clima di preghiera, si rifletta:
= In che modo gli stimoli proposti dai contributi scritti – o da altri approfondimenti personali – parlano a quell’esperienza?
– potrebbero essere degli spunti a partire dall’esperienza di Comboni sui monti Nuba…
– o forse sul superamento della colonialità in Africa…
– o magari sui modelli di missione decoloniale…
= Cosa ti suggerisce lo Spirito attraverso questa tua nuova consapevolezza sullo stile di missione della tua comunità oggi?
Il discernimento comunitario1
= Invocazione allo Spirito
= Domanda generativa: Dalla riflessione in preghiera sulla tua esperienza di missione, cosa ti suggerisce lo Spirito sullo stile di missione della nostra comunità?
= Silenzio
= Primo giro di condivisione: (30 minuti)
> Ciascuno offre la propria risposta alla domanda presa in considerazione (massimo 2–3 minuti)
> Non ci sono commenti né reazioni, ma solo ascolto attento
> Un momento di silenzio tra la condivisione di una persona e quella successiva
> Può essere utile annotare ciò che colpisce durante le condivisioni
= Secondo giro di condivisione: (30 minuti)
> Che cosa hai ascoltato o percepito dagli altri nel tuo gruppo? Che cosa lo Spirito ti muove a condividere di ciò che hai ascoltato?
> Non si tratta più di ciò che pensi, ma di ciò che hai ascoltato dagli altri membri del gruppo
> Non ci sono commenti né reazioni, ma solo ascolto attento
= Terzo giro di condivisione: (30 minuti)
>Quale stile missionario, in linea con il carisma comboniano, il Signore ci sta chiedendo oggi come comunità? Che cosa lo Spirito sta dicendo a noi come gruppo?
> Al termine della condivisione, in dialogo la comunità cerca di mettere a fuoco una più azioni da mettere in pratica, in risposta agli inviti dello Spirito
> Un segretario registra ciò che il gruppo, insieme, decide come 1–2–3 punti chiave
> Verifica del consenso: ci riconosciamo, come comunità, in questi punti chiave da mettere in pratica?
> Quando il gruppo ha concluso, un volontario chiude la conversazione con una preghiera di ringraziamento
La celebrazione
La comunità rende grazie nell’Eucaristia, preparandola con un’animazione ad hoc
1Indicazioni per comunità fino a 5-6 membri. In caso di comunità più grandi, questo esercizio si può fare in piccoli gruppi. In tali casi, alla fine del terzo giro di condivisioni, ci sarà uno spazio per condividere i risultati dei lavori di gruppo.
