Nel tradizionale corso di formazione 2025, intitolato «Facciamo Pace», aperto agli animatori missionari e agenti pastorali, il Centro Missionario Diocesano del Vicariato di Roma, attraverso l’ausilio di esperti, ha proposto una serie di riflessioni volte non solo a restituire dignità alla parola «Pace», ma soprattutto a riconoscere l’urgenza della profezia a cui è chiamata la nostra Chiesa locale in un contesto di
disordine globale che segna l’umanità in questo primo segmento del Terzo Millennio.
Dalla raccolta di questi interventi, pubblicati in questo sussidio, emerge che oggi una delle grandi sfide pastorali consista nel contrastare il pensiero debole, vale a dire l’acritica disposizione che tende ad accettare la guerra e la violenza, la legittimazione della difesa armata e dell’ingerenza militare sotto il vessillo dell’“umanitario”. Non solo. Paradossalmente, nelle nostre comunità non è altrettanto presente
l’attenzione per la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di amore che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile, secondo le parole dei Profeti.
La provocazione è forte e non può lasciare indifferenti: il vero cristiano distoglie il volto dalla brutalità dell’oppressione, ma nemmeno si fa trascinare nella logica che lo vuole «nemico» perché altri lo hanno definito come tale. I sentieri di Pace, segnati in questi anni da alcune realtà ecclesiali come Pax Christi, Caritas e Pastorale Sociale, costituiscono un motivo di speranza. Occorre comunque, alla luce delle suggestioni del Magistero, progettare itinerari specifici di formazione teologica, morale, spirituale alla pace che accompagnino adeguate scelte di denuncia, di rinuncia e annuncio per una nuova civiltà dell’amore. Nella consapevolezza che, a differenza dei nostri
antenati, non possiamo più affidarci all’antico motto «si vis pacem, para bellum», ma piuttosto credere ed affermare che «si vis pacem, para pacem».
Una cosa è certa: siamo tutti chiamati ad una decisa assunzione di responsabilità, un impegno che trova la sua sintesi nelle parole di Papa
Francesco: «Ogni uomo e ogni donna è come una tessera di un immenso mosaico, che è già bella di per sé, ma solo insieme alle altre tessere compone un’immagine, nella «convivialità delle differenze». Essere conviviali con qualcuno significa anche immaginare e costruire un futuro felice con l’altro. La convivialità, infatti, riecheggia il desiderio di comunione che alberga nel cuore di ogni essere umano, grazie al quale tutti possono parlare tra loro, si possono scambiare progetti e si può delineare un futuro insieme. La convivialità unisce
socialmente, ma senza colonizzare l’altro e preservandone l’identità. In questo senso, ha una rilevanza politica come alternativa alla frammentazione sociale e al conflitto». L’augurio è dunque che queste istanze trovino sempre più spazio e riscontro nella pastorale ordinaria delle nostre comunità parrocchiali.
P. Giulio Albanese MCCJ




