SCHEDA 3 – MISSIONE OLTRE LA PASTORALE ORDINARIA

La lettera del Consiglio generale sulla missione nota che “in vari contesti, talvolta anche formativi, sta emergendo una tendenza clericale preoccupante. Ad esempio, rileviamo una concentrazione della nostra presenza in parrocchie tradizionali e in un tipo di pastorale ordinaria più legata al passato che alle sfide missionarie odierne e alla pastorale sociale secondo il carisma comboniano”. Sembra che ancora non sia stato recepito il cuore del messaggio della Evangelii Gaudium, cioè la conversione missionaria di tutta la Chiesa. Non si tratta semplicemente di un aggiustamento di tecniche pastorali, ma di un cambio di mentalità e di paradigma ecclesiale. La “pastorale di conservazione” e la “pastorale missionaria” sono due modi antitetici di concepire l’identità e la missione della Chiesa.

Spesso, forse senza nemmeno rendercene conto, siamo tentati di operare con una “pastorale di conservazione”. Che cos’è? È una Chiesa che, preoccupata di proteggere il suo patrimonio, finisce per ripiegarsi su se stessa. È una Chiesa la cui energia è assorbita principalmente dalla manutenzione delle strutture, dal funzionamento degli uffici, dal curare chi già c’è, magari con la segreta speranza che la tradizione, da sola, porti le persone attraverso le nostre porte.

Questa è la “pastorale ordinaria sterile”, che non è lievito di evangelizzazione. È una Chiesa che “si riduce a un’organizzazione nata per l’autoconservazione, preoccupata soprattutto di funzionare senza intoppi, dove prevale la logica del ‘si è sempre fatto così'” (EG 26). La pastorale di conservazione è lo stato in cui la Chiesa, consapevolmente o meno, si ripiega su se stessa, sulle proprie strutture e routine, sul proprio mantenimento. Così finisce per parlare principalmente a se stessa e percepisce il mondo esterno come una minaccia.

Alla pastorale della conservazione, l’Evangelii gaudium oppone con forza la pastorale missionaria, che si caratterizza come Chiesa “in uscita”. Una Chiesa che non aspetta, ma che va. Una Chiesa che non ha paura di sporcarsi le mani nella polvere delle strade e delle periferie esistenziali. L’Evangelii gaudium è chiarissima: non bastano piccoli ritocchi. “Occorre una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come sono” (EG 27). Il suo appello è un “rilancio di una Chiesa evangelizzatrice e in uscita”, perché le gioiose novità del Vangelo “non possono rimanere chiuse né soffocare in strutture e schemi obsoleti” (EG 20).

Pertanto la Chiesa è chiamata ad uscire dalle proprie sicurezze per incontrare l’umanità, specie quella esclusa, impoverita, oppressa. Il cuore dell’annuncio è l’incontro con la persona di Gesù Cristo ed è importante focalizzarsi sull’essenziale, sulla centralità del kerigma. Si privilegia la vicinanza, la comprensione e l’integrazione (misericordia) e tutte le strutture vanno riviste in funzione della missione. Il contributo di Maria Soave Buscemi ha approfondito il significato e le implicazioni di una Chiesa in uscita, portando la sensibilità dell’America Latina.

Questa visione comporta tre conseguenze. Innanzitutto, la parrocchia. La parrocchia non è un rifugio per i salvati, ma deve diventare il centro propulsore della missione sul territorio, un luogo di incontro, di ascolto, di carità generosa, con una plasticità e una creatività nuove. Jean Paul Bitia ci offre un contributo di riflessione su questo punto a partire dalla lunga esperienza della parrocchia di Kariobangi (Nairobi).

Poi, le priorità. Una Chiesa missionaria ha le antenne puntate non verso il centro, ma verso le periferie. Verso i lontani, i disillusi, i feriti dalla vita. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità” (EG 24). È una Chiesa che non “impone le sue verità”, ma che “sa farsi prossima, che accompagna il cammino delle persone” (EG 46). La terza conseguenza è la scelta dell’Istituto delle pastorali specifiche secondo le priorità continentali in termini di gruppi umani (“ad gentes”), come illustrato nel contributo del Segretariato Generale della Missione.

Giornata comunitaria – Il nostro stile di missione

Dopo aver lasciato il tempo per la lettura e riflessione personale sui tre brevi saggi relativi a questa tematica, la comunità dedica una giornata alla riflessione, condivisione e discernimento comunitario. Viene proposto il seguente schema: riflessione personale, condivisione e discernimento comunitario, celebrazione.

Al cuore della riflessione personale (1 ora)

Gli approfondimenti offerti dal programma di FP su questa tematica hanno toccato diversi aspetti della missione comboniana in relazione alla realtà che cambia ai nostri giorni. Ciascun membro è invitato a ripensare all’esperienza di missione della comunità che, a proprio avviso, più compiutamente interpreta il modello della Chiesa in uscita: si dia il tempo di riviverla attraverso uno sguardo contemplativo, cercando di scorgere la presenza del Signore nello svolgersi della storia. Poi, in un clima di preghiera, si rifletta:

= In che modo gli stimoli proposti dai contributi scritti – o da altri approfondimenti personali – parlano a quell’esperienza?

– potrebbero essere degli spunti dalla riflessione sulla Chiesa in uscita…

– o forse dalla riflessione sul modello della parrocchia missionaria in Africa…

– o magari sul modello delle pastorali specifiche…

= Cosa ti suggerisce lo Spirito attraverso questa tua nuova consapevolezza sullo stile di missione della tua comunità oggi?

Il discernimento comunitario1

= Invocazione allo Spirito

= Domanda generativa: Dalla riflessione in preghiera sulla tua esperienza più bella di missione, cosa ti suggerisce lo Spirito sullo stile di missione della nostra comunità?

= Silenzio

= Primo giro di condivisione: (30 minuti)

> Ciascuno offre la propria risposta alla domanda presa in considerazione (massimo 2–3 minuti)

> Non ci sono commenti né reazioni, ma solo ascolto attento

> Un momento di silenzio tra la condivisione di una persona e quella successiva

> Può essere utile annotare ciò che colpisce durante le condivisioni

= Secondo giro di condivisione: (30 minuti)

> Che cosa hai ascoltato o percepito dagli altri nel tuo gruppo? Che cosa lo Spirito ti muove a condividere di ciò che hai ascoltato?

> Non si tratta più di ciò che pensi, ma di ciò che hai ascoltato dagli altri membri del gruppo

> Non ci sono commenti né reazioni, ma solo ascolto attento

= Terzo giro di condivisione: (30 minuti)

> Quale stile missionario, in linea con il carisma comboniano, il Signore ci sta chiedendo oggi come comunità? Che cosa lo Spirito sta dicendo a noi come gruppo?

> Al termine della condivisione, in dialogo la comunità cerca di mettere a fuoco una più azioni da mettere in pratica, in risposta agli inviti dello Spirito

> Un segretario registra ciò che il gruppo, insieme, decide come 1–2–3 punti chiave

> Verifica del consenso: ci riconosciamo, come comunità, in questi punti chiave da mettere in pratica?

> Quando il gruppo ha concluso, un volontario chiude la conversazione con una preghiera di ringraziamento

La celebrazione

= La comunità rende grazie nell’Eucaristia, preparandola con un’animazione ad hoc

= Si approfitti delle possibilità che la liturgia offre per celebrare in modo significativo i frutti della riflessione e discernimento comunitario

= Si valuti la possibilità di fare uso di segni significativi

= Si porti in preghiera il vissuto e le speranze della comunità

1Indicazioni per comunità fino a 5-6 membri. In caso di comunità più grandi, questo esercizio si può fare in piccoli gruppi. In tali casi, alla fine del terzo giro di condivisioni, ci sarà uno spazio per condividere i risultati dei lavori di gruppo.

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