Questa riflessione nasce nell’ambito delle attività del Gruppo Europeo di Riflessione Teologica sul tema Missione ed economia.

Alberto Parise, mccj
8 settembre 2020 –  Natività della Beata Vergine Maria

Introduzione

Questa riflessione nasce nell’ambito delle attività del Gruppo Europeo di Riflessione Teologica sul tema Missione ed economia. Il percorso ha proposto una prima fase di studio e familiarizzazione con la teoria e le esperienze dell’economia civile, nel quadro di una lettura teologica del nostro tempo. Si è sentita la necessità di comprendere l’origine ed i meccanismi del cambiamento epocale che stiamo vivendo – di cui il sistema economico è un perno fondamentale – e di discernere a cosa la missione ci stia chiamando.

Il magistero di papa Francesco sta tracciando una nuova rotta per la chiesa, una nuova evangelizzazione che contribuisca ad un mondo più giusto, fraterno e sostenibile. Con iniziative e impegni globali, la chiesa ci sta invitando ad una conversione all’ecologia integrale che ci richiama anche alla riqualificazione delle presenze ed impegni missionari. Se guardiamo a quello che sta succedendo nelle circoscrizioni comboniane, troviamo delle interessanti ed innovative esperienze missionarie in America, Europa e Africa, che potrebbero suggerire dei nuovi modelli di presenza e ministero missionario in relazione al tema dell’economia e della sostenibilità. Ma perché ciò accada, c’è bisogno di ideare, accompagnare e sostenere dei percorsi in modo sistematico, altrimenti mancherà la continuità e la possibilità di una trasformazione delle strutture missionarie.

In questo breve saggio, la riflessione restituisce la lettura critica della crisi epocale che stiamo vivendo, propone una prospettiva missionaria sull’economia nel contesto del cammino di evangelizzazione della chiesa e, a partire dalle intuizioni e opportunità rivelate da esperienze missionarie sul campo, avanza delle proposte per dei percorsi di innovazione ministeriale, in linea con l’invito dell’Evangelii gaudium (EG 33): “la pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del ‘si è fatto sempre così’. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità”.

La “questione antropologica” e l’insostenibilità del modello di sviluppo dominante

Nel secondo capitolo dell’Evangelii gaudium, papa Francesco offre una lettura spirituale del nostro tempo, nella linea di un discernimento evangelico. Questa lettura della realtà alla luce del Vangelo è fondamentale per il rinnovamento missionario della chiesa. Sia perché una chiesa in uscita si mette in ascolto del grido dei popoli e del Creato; sia perché evangelizzare è rendere presente il Regno di Dio (EG 176) e se la dimensione sociale dell’evangelizzazione non viene esplicitata, si corre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione.

I segni dei tempi che caratterizzano questo momento storico mostrano un cambiamento epocale, in quanto sistemico. Nonostante le nuove grandi potenzialità, il mondo si sta muovendo verso una sempre maggiore insostenibilità. La gente lo sperimenta attraverso una quotidiana precarietà, lo spegnimento della gioia di vivere, il sopravvento di paura e disperazione, in una lotta per vivere, spesso senza dignità (EG 52).

Alla radice di tutto questo c’è un’economia che uccide, che genera esclusione ed “inequità”, un neologismo che suggerisce tanto l’idea di disuguaglianza che di ingiustizia. Conseguenze, invece, sono la violenza e lo scardinamento della base di qualsiasi sistema politico e sociale. Sfruttamento e marginalizzazione sono realtà già viste nella storia; ma nel sistema socio-economico odierno l’inedito è l’esclusione, cioè il fatto che una crescente parte della popolazione mondiale non è più “utile” nemmeno per essere sfruttata, ma soltanto un “avanzo”, un “rifiuto” (EG 53).

Come già Benedetto XVI aveva evidenziato nella Caritas in veritate, Francesco spiega che dietro a questo paradigma economico c’è una crisi antropologica (EG55): la visione dell’essere umano ridotto alla dimensione del consumo, l’homo oeconomicus che cerca sempre di ottenere il massimo vantaggio per se stesso, i propri obiettivi utilitaristi.

Assieme a questo assunto troviamo poi vari riduzionismi economicisti, veri e propri miti del nostro tempo: dal postulato economico della massimizzazione dei profitti all’assunto della crescita illimitata; dall’autonomia assoluta dei mercati (deregulation) alla loro supposta autoregolazione (cioè: concentrati sul tuo interesse personale e una “mano invisibile” riporterà l’equilibrio, il bilanciamento del sistema); dalla “ricaduta favorevole” (cioè che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce di per sé a produrre una maggiore equità e inclusione sociale) alla criminalizzazione della povertà, incolpando i poveri dei loro mali e fronteggiandoli con le armi e la repressione violenta.

Una simile società, per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, sviluppa una globalizzazione dell’indifferenza (EG 54), che rende sordi al grido di dolore degli altri e della Terra. Mancano le condizioni per uno sviluppo sostenibile e pacifico, che sostenga il “vivere bene” di tutti. Nella Laudato si’, Francesco sottolinea la triplice dimensione dell’insostenibilità: non soltanto ecologica, ma allo stesso tempo anche sociale ed economica. I tre aspetti sono collegati. Devastazione ambientale ed impoverimento, con esclusione sociale, sono due facce della stessa medaglia: “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale” (LS 139). Cresce la consapevolezza che tutto è interconnesso, come insegnano anche le cosmo-visioni e spiritualità dei popoli amazzonici e africani. In questa visione che coglie la complessità della realtà, l’economia emerge come un fattore fondamentale con cui la missione deve confrontarsi.

Missione ed economia

La missione comboniana va intesa all’interno della missione evangelizzatrice della chiesa, oggi definita dall’Evangelii gaudium[1]. La realtà del nostro tempo presenta alcune analogie con quella che ha affrontato Daniele Comboni: ci troviamo di fronte ad un sistema socio-economico insostenibile che genera morte e devastazione per interi popoli (ed oggi anche per il pianeta nel suo insieme). Comboni sosteneva che il Vangelo era la forza che avrebbe promosso la vita, la giustizia, la pace, la fraternità. L’Evangelii gaudium – come anche la Laudato si’ – sottolinea il bisogno di un nuovo umanesimo, che superi la cultura dello scarto e le strutture socio-economiche di esclusione. In altre parole, bisogna superare la crisi antropologica che ha portato all’idolatria del denaro e ad una economia che uccide (EG 53). L’esortazione apostolica insiste allora sull’urgenza di una trasformazione culturale e sociale, dell’inculturazione e di vivere relazioni nuove generate in Gesù Risorto.

Comboni aveva a modo suo già intuito tutto questo, pur rimanendo figlio del suo tempo e dei relativi limiti culturali. Percepisce la crisi di umanità e il “grido” degli africani, prende le distanze dal sistema di sfruttamento denunciando e contrastando la riduzione in schiavitù e la tratta di esseri umani. Lo fa a partire da un impegno diretto sul campo e con un lavoro di advocacy a livello internazionale. Nel suo Piano per la Rigenerazione dell’Africa con l’Africa, prende anche le distanze dal sistema coloniale, insistendo che l’opera deve essere “cattolica”, consapevole delle strategie coloniali che i governi europei mettevano in atto “proteggendo” le missioni nazionali. Comboni è molto attento alle ingiustizie strutturali e cerca di contrastarle.

Fa una scelta di campo facendo “causa comune” con i popoli africani, si coinvolge completamente nell’impegno per la “rigenerazione” dell’Africa, che abbia come protagonisti gli africani stessi. E qui emerge la forza dell’ispirazione di Comboni: nel suo Piano, pensa a centri di formazione, università per sviluppare attività artigianali e commerciali. In altre parole, sogna un’economia che promuova la vita e la missione. Non solo dal punto di vista dei mezzi di sostentamento e della sostenibilità delle strutture, ma anche per promuovere fraternità, giustizia e pace, come mostra l’esperienza delle comunità agricole di Malbes e Gezira: Comboni, ispirato dall’ecosistema delle Riduzioni dei gesuiti in Paraguay, ha promosso la realizzazione di spazi di libertà e fraternità che si auto-sostentavano anche all’interno di un sistema politico-economico oppressivo e in condizioni ambientali sfidanti; comunità di resistenza ad un sistema di morte e di proposta di una società alternativa.

Il paradigma dell’economia civile ci spiega come l’economia di quella comunità sia un fattore importante per la fraternità e l’evangelizzazione. Un sistema economico è sostenibile quando oltre a regolare efficientemente l’allocazione delle risorse (attraverso lo scambio di equivalenti, per cui lavoro e capitale non sono né sottoutilizzati né sprecati) in condizioni di equità o giustizia sociale (attraverso meccanismi di ridistribuzione, dando così a tutti la possibilità di partecipare al mercato), include anche la dimensione di reciprocità, l’ambito dei beni comuni e dei beni relazionali. Questo terzo principio di mercato non viene riconosciuto nel modello oggi dominante dell’economia politica, che lo pone al di fuori della realtà di mercato. Ma è da qui che si esprime, che prende forma tangibile la dimensione della fraternità all’interno delle realtà economiche. Questa può essere una chiave di lettura decisiva nel ripensare la missione comboniana in relazione all’economia oggi. Contribuire all’evangelizzazione dell’economia attraverso le dimensioni della giustizia sociale e della fraternità, che si traducano in strutture socio-economiche animate dalla spiritualità evangelica.

Anche dal punto di vista dell’economia della missione stessa, dobbiamo arrivare ad un’economia che non si riduca alla raccolta di risorse per finanziare la missione, ma che sia parte integrante della missione, dell’annuncio di Gesù di Nazareth risorto.

In comunione nel cammino di conversione ecologica

Di fronte alla complessa crisi del nostro tempo, la Chiesa ha discreto due percorsi: da un lato l’Economia di Francesco, cioè la ricerca di nuove strade per un’economia civile che vede come protagonisti i giovani; dall’altro il cammino dell’ecologia integrale, che parte da una visione della realtà come ecosistema, una complessità di legami e interazioni di aspetti correlati di un tutto che è la vita, per cui giustizia sociale, economia, ambiente, cultura, stile di vita e spiritualità sono interdipendenti.

La Laudato si’ rileva l’urgenza di una trasformazione sociale, cioè di un cambiamento sistemico che coinvolga tanto strutture socio-economiche quanto quelle di pensiero, della mentalità corrente. Oggi la logica scientifico-tecnologica, unita alla finanza, tende a vedere nei problemi che sta causando un’ulteriore opportunità di profitto attraverso soluzioni che però, di solito, creano nuovi problemi, mancando la percezione delle molteplici relazioni tra le cose (LS 20). Per uscire dalla spirale di autodistruzione, è necessario un dialogo inclusivo, capace di integrare le prospettive tecnico-scientifiche con quelle sociali, economiche ed etico-religiose per dar vita a nuove strutture socio-economiche e nuovi stili di vita, inclusivi, egualitari, solidali, sostenibili e responsabili verso la nostra casa comune.

Il processo del sinodo per l’Amazzonia ci mostra un percorso concreto per una trasformazione sociale nella linea dell’ecologia integrale, che richiede un cambiamento sistemico, ben altra cosa rispetto all’inserimento di considerazioni ecologiche superficiali. È un percorso paradigmatico, che comincia con l’ascolto del “grido della Terra” e dei popoli indigeni, che svelano le contraddizioni e insostenibilità del sistema oggi predominante; come anche della loro visione e sapienza ancestrale, discernendo la presenza di Dio incarnata e portatrice di vita in questi popoli. La Chiesa, in particolare, è chiamata ad una testimonianza profetica al loro fianco: di denuncia delle strutture e sistemi ingiusti e insostenibili, nel caso specifico sostenuti da nuove potenze colonizzatrici che minacciano la regione Amazzonica. E poi anche, attraverso il dialogo, interculturale e nello Spirito, di stimolare, accompagnare e sostenere l’emergere di alternative di sviluppo ecologico integrale costruite con le comunità sul territorio, combinando saggezza ancestrale, conoscenze tradizionali e scientifiche.

Ma è soprattutto il lancio della piattaforma d’azione per l’ecologia integrale che ci mostra la decisa presa di posizione della chiesa per una conversione all’ecologia integrale. A cinque anni dalla pubblicazione della sua enciclica ecologica, papa Francesco ha indetto un anno speciale Laudato si’ al termine del quale verrà inaugurato un percorso decennale con l’obiettivo di portare tutto il mondo cattolico a vivere concretamente secondo i principi dell’enciclica. Nella visione della Laudato si’ (LS 164), “l’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune”. Il percorso si articola in sette obiettivi interdipendenti: una risposta al grido della terra, una risposta al grido dei poveri, un’economia ecologica, l’adozione di stili di vita semplici, un’educazione ecologica, una spiritualità ecologica, e un impegno comunitario con azione partecipativa.

Questa piattaforma d’azione potrebbe anche essere un quadro generale di riferimento per quella riqualificazione delle presenza missionaria comboniana auspicata già da tempo, ma che non ha ancora trovato adeguate concretizzazioni per difetto di una visione concreta e di meccanismi di realizzazione.

Verso nuovi modelli di inserzione missionaria

La sfida della missione globale oggi per gli istituti missionari è duplice: da un lato quella di una presenza trasformatrice e profetica, che annunci e introduca la venuta del Regno in un mondo che invece è sempre più insostenibile umanamente, socialmente, economicamente ed ambientalmente. E per questo servono nuovi modelli di presenza e di servizio missionario che però ancora faticano ad emergere. Dall’altro lato, i modelli ereditati dal passato stanno diventando sempre più difficili da sostenere, anche economicamente, riflesso dei cambiamenti socio-economici e culturali degli ultimi 20 anni e della geografia delle vocazioni. Ad esempio, stanno venendo meno i fondi donati da benefattori del Nord del mondo, che da sempre hanno costituito il sostegno principale dei missionari e delle loro opere. Di qui l’urgenza di pensare nuovi percorsi e strutture missionarie sostenibili, possibilmente includendo forme di lavoro e di reddito che si inseriscano nel movimento dell’economia civile. Ovviamente i missionari non ne hanno necessariamente le competenze, ma si potrebbe pensare a forme associative o cooperative per portare assieme tutte le capacità e risorse necessarie.

Ci sono già alcune esperienze interessanti in questo senso nella famiglia comboniana. Ad esempio, in Brasile a Santa Rita, per iniziativa di fr Francesco D’Aiuto, è nata la cooperativa di raccoglitori di rifiuti COOREMM. Si tratta di un’inserzione tra gli esclusi per un percorso di “umanizzazione” e di trasformazione sociale ispirato dalla fede in Gesù nel quale l’economia costituisce un aspetto portante. In questa interpretazione del modello della chiesa in uscita le dimensioni spirituale, economica, ambientale e sociale sono strettamente interconnesse, come leggiamo nella testimonianza di fr D’Aiuto:

Sono arrivato a Santa Rita nel marzo 2007. Ciò che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato il gran numero di persone che sopravvivevano raccogliendo materiali riciclabili per strada e nelle discariche. Ho chiesto se qualcuno avesse fatto un lavoro pastorale con loro e avendo ricevuto una risposta negativa, insieme a un team di laici abbiamo iniziato a visitare le famiglie di questi raccoglitori di rifiuti per conoscerli da vicino e per conoscere la loro storia di vita. Poi abbiamo iniziato a fare incontri per conoscerci e per condividere la loro vita. A poco a poco è nata l’idea di unirci in una cooperativa di raccoglitori di rifiuti per ottenere un miglioramento economico. Poi abbiamo iniziato un processo di formazione che è durato quasi tre anni. Abbiamo il privilegio di rafforzare la nostra spiritualità nutrendoci sempre della Parola di Dio. Il gruppo di coordinamento era cattolico, ma la maggior parte dei raccoglitori erano evangelici, anche se molti non frequentavano nessuna chiesa. Abbiamo anche dato priorità al rafforzamento della nostra autostima attraverso momenti di formazione umana. C’è stata molta riflessione e discussione su come organizzarci e sulla necessità di sensibilizzare la popolazione sulla raccolta differenziata e sul miglioramento dell’ambiente. Il 10 ottobre 2009 è stata inaugurata la Cooperativa dei Riciclatori di Marcos Moura – COOREMM, era il giorno di San Daniele Comboni, che abbiamo chiamato nostro patrono. Questa cooperativa-ministero è un progetto di inclusione sociale di un gruppo molto ampio di famiglie che vivono ai margini della società e completamente escluse dal mondo del lavoro. Infatti, si rivolge non solo ai 30 raccoglitori di rifiuti che collaborano, ma anche a centinaia di famiglie che cercano di sopravvivere raccogliendo e vendendo materiali riciclabili, e che hanno bisogno di recuperare la loro autostima e la loro dignità di cittadini e figli di Dio. La Cooperativa acquista i materiali da tutti, indistintamente, soci e non, allo stesso prezzo che viene rivenduto alle fabbriche che riciclano. I collezionisti che collaborano fanno la raccolta differenziata in tre grandi quartieri della periferia di Santa Rita che contano una popolazione di circa 80 mila abitanti. Abbiamo molti momenti di formazione, cerchiamo di stabilire relazioni fraterne tra di noi, e rapporti etici con la popolazione e con le aziende che acquistano i nostri materiali. Ogni giorno, prima di iniziare il lavoro, ci uniamo in preghiera mettendo la nostra vita nelle mani di Dio, rendendo grazie e chiedendo forza e luce. Abbiamo alcune date in cui festeggiamo con le comunità della parrocchia di Sant’Antonio: il giorno di Daniele Comboni, che è anche l’anniversario del COOREMM; la Giornata del Raccoglitore e la Settimana dell’Ambiente a giugno; la Settimana dei Diritti Umani a dicembre. Partecipiamo attivamente al “Grido degli esclusi” e alla “Giornata della donna”. Abbiamo anche festeggiato in cooperativa invitando tutti i raccoglitori, gli amici e i soci alle celebrazioni di Natale e Pasqua. Molte persone ed entità sono state coinvolte nel nostro lavoro donando materiali riciclabili e beni di consumo. Tra glii obiettivi raggiunti figurano la licenza ambientale; la raccolta selettiva nei quartieri; l’aumento dell’autostima e della dignità dei raccoglitori di rifiuti; l’accettazione della popolazione che simpatizza con la nostra organizzazione; e il miglioramento economico dei raccoglitori di rifiuti. Ma penso che il risultato migliore sia che oggi i raccoglitori di rifiuti sono rispettati e vedono un futuro. Anche il gruppo di coordinamento è cresciuto e ha imparato molto da questi poveri, ricchi di umanità e di volontà di lottare per un mondo migliore. In questo processo di costruzione, mi sono impegnato personalmente al punto di voler vivere nello stesso loro  quartiere, a Marcos Moura, in una casa simile alla loro, affrontando le sfide di un luogo completamente dimenticato dal potere pubblico e dominato dagli spacciatori di droga. Queste esperienze ci insegnano che dagli esclusi e dagli scarti della società può nascere una nuova storia, piena di speranza, la speranza di una nuova vita, di un nuovo domani, del pane di ogni giorno e la gioia di sentirci fratelli, più umani, più immagine di Dio.

Di questa esperienza colpisce anche l’inserzione, tanto tra gli esclusi quanto nella comunità cristiana. Il contatto con la parrocchia, in questo senso, è fondamentale, in quanto facilita il coinvolgimento e la comunione con la comunità locale, oltre che la connessione con altri ministeri che nasce dall’interazione quotidiana.

Anche in un contesto molto diverso, come quello europeo, possiamo trovare delle innovazioni che suggeriscono nuovi modelli sostenibili di missione. La situazione europea è molto particolare in quanto si trova ad affrontare la sfida di strutture divenute insostenibili, per la forte diminuzione tanto di risorse che di personale, che oltretutto presenta un’età media piuttosto avanzata. Non sono certo le condizioni ideali per l’innovazione, che richiede energia, creatività e dinamismo, caratteristiche che si trovano più facilmente tra i giovani. Tuttavia, l’esperienza di Milland (Brixen) nella DSP dimostra che è ben possibile anche in tali condizioni di difficoltà aprire strade nuove sostenibili. L’idea è molto semplice: i missionari hanno degli immobili e proprietà che costituiscono un capitale prezioso, ma non necessariamente oggi hanno anche il personale, le energie e le competenze per trasformarlo a servizio della missione. A Milland la DSP ha promosso un concorso aperto alla società civile per un progetto di utilizzo dei terreni della comunità. Ci sono state una cinquantina di proposte progettuali, tra le quali è stata selezionata quella di una fattoria bio-sociale, una vera e propria impresa sociale che prevede un ritorno economico, sociale ed ambientale. Va sottolineato come il concorso e i criteri di selezione del progetto vincitore fossero centrati sulla visione comboniana. Inoltre, la comunità comboniana accompagna ed investe nell’azienda, oltre che trarne dei ricavi dall’affitto dei terreni.

I destinatari del progetto sono diversi: le persone che vi lavorano e i loro famigliari, che sono tutte persone in situazioni di vita difficili; l’approccio è quello di vedere ogni persona come essere umano da accompagnare per un pezzo della sua strada, non volgendo lo sguardo al problema che colpisce la persona, ma alla persona stessa. Poi ci sono i “clienti”, cioè tutte le persone che per caso o per scelta vengono ad acquistare i prodotti della fattoria, a trascorrere le vacanze e, prossimamente, anche a mangiare, una volta avviato il servizio di ristorazione basato sui prodotti della fattoria. Dal punto di vista economico aiutano a tenere in piedi il progetto e molto spesso lo pubblicizzano. C’è anche una stretta collaborazione con i servizi che operano sul territorio nei vari settori del lavoro sociale: servizi sociali locali, centro di salute mentale, servizio per le dipendenze, Casa della Solidarietà (accoglienza), centri profughi, enti formativi o educativi pubblici e privati di vario livello, forze dell’ordine, servizi per donne esposte a situazioni di violenza. Inoltre sono coinvolti nel progetto dei volontari e alcune piccole aziende locali che sostengono il progetto. La chiave per la sostenibilità dell’iniziativa è la costituzione di una articolata connessione con il territorio, di relazioni che generano vita, opportunità, sinergie. Ciò rappresenta anche un nuovo punto di partenza per ricostruire quei legami con il territorio che negli ultimi 20 anni, in Italia ad esempio, sono diventati sempre più difficili da stabilire, mantenere e sviluppare. Infatti, l’indebolimento delle appartenenze sociali, specie tra le nuove generazioni, l’atteggiamento difensivo di tante parrocchie che si stanno svuotando, la crescente diffidenza o indifferenza verso le istituzioni, anche quelle religiose, e le conseguenze delle crisi economiche hanno radicalmente ridotto l’accesso e il coinvolgimento delle comunità missionarie con il territorio. L’esperienza della fattoria bio-sociale apre nuovi scenari per costruire questi spazi di comunione e per quella trasformazione della mentalità e della cultura economica di cui il mondo tanto abbisogna oggigiorno.

Nel contesto africano, a sua volta, sta emergendo una nuova esperienza di imprese sociali, grazie all’iniziativa e ricerca dell’Institute for Social Transformation (Tangaza University College, Nairobi). In Africa la missione sta affrontando la sfida della sostenibilità economica, con il venire meno delle donazioni dai paesi ad economia avanzata. Anche le chiese locali sono molto coinvolte nella raccolta fondi e spesso si cerca la strada delle “rendite” per finanziare la chiesa. Questo è comprensibile, in quanto si tratta di un modello che in fondo riflette l’impostazione del passato, sostituendo i fondi che provenivano dall’Europa e dal Nord America con quelli di affitti e altre rendite. Tuttavia, questo approccio appare problematico, quando si constati che la ricerca di sicurezze economiche finisca per prevalere sulle preoccupazioni pastorali. Senza contare che è proprio il meccanismo della rendita uno dei problemi fondamentali dell’economia odierna. Bisognerebbe invece investire in lavoro sostenibile, che è ciò di cui c’è veramente bisogno, che apre nuovi spazi pastorali, avvicina alla gente ed alle sue condizioni di vita e può realizzare un’economia alternativa.

L’idea di fondo è che un’impresa sociale è uno strumento per risolvere problemi comunitari, per costruire il bene comune. Così è nata la Comboni Alliance for Social Entrepreneurship (CASE), un’opera comboniana che si propone di facilitare la nascita e la crescita di imprese sociali nel contesto delle missioni comboniane nel continente. Ovunque le comunità missionarie si trovano a fronteggiare seri problemi sociali che sono anche un banco di prova per l’annuncio evangelico. CASE propone di impegnarsi con i giovani del posto per la soluzione di tali problemi, creando occupazioni e soluzioni sociali partecipate innovative. Grazie ad una formazione mirata, i giovani imparano ad identificare opportunità generate dai problemi sociali ed a progettare ed avviare soluzioni sostenibili. Oltre alla formazione, può offrire un accompagnamento umano e professionale, collegare i giovani ad un ecosistema delle imprese sociali, mettere a disposizione un polo di innovazione sociale e sviluppo, facilitare l’accesso a finanziamenti e l’avviamento di nuove imprese.

Naturalmente queste esperienze sono tutt’altro che facili e comode, farle funzionare è molto laborioso e bisogna affrontare grandi difficoltà e certamente non si tratta di facili soluzioni o alternative che garantiscono tranquillità economica a buon mercato. Bisogna crederci, avere fede e non scoraggiarsi; anzi, proprio queste “croci”, che sono il prezzo da pagare per la fedeltà alla missione, sono un segno dell’origine spirituale di queste opere.

Un sistema di sostegno per nuovi percorsi

Queste esperienze ci fanno intravvedere un’azione dello Spirito nella missione oggi. Da queste esperienze possono nascere delle intuizioni, delle riflessioni e l’invito ad esplorare nuovi percorsi per assecondare quello che lo Spirito sta già operando. L’esito di una simile ricerca sarebbe l’individuazione di nuovi modelli di presenza missionaria e di servizio. Si tratta di studiare delle esperienze, espressione del carisma comboniano, che sono portatrici di innovazione per comprendere quali condizioni le rendano possibili, quali dinamiche le caratterizzino, come queste siano connesse con lo stile di vita e le strutture missionarie, i loro meccanismi di sostenibilità ministeriale ed economica, come anche i loro limiti e le loro criticità.

Si arriva così alla definizione di modelli ministeriali sostenibili ed efficaci che possono essere replicati ed adattati in altri contesti. Di fronte ai rapidi cambiamenti sia socio-economici che culturali, i modelli consolidati di ministero missionario stanno segnando il passo, ma non tutti i missionari possono avere la creatività e la possibilità di sperimentare e definire nuovi modelli. Poter offrire una varietà di modelli contestuali sostenibili significa poter dare delle alternative a diverse comunità missionarie in difficoltà, anche economica. Del resto, l’energia e il tempo che richiede l’impegno per la sostenibilità economica di una presenza missionaria sono tali da indicare quanto sia opportuno e motivante che tale sforzo divenga in se stesso una componente esplicita di annuncio missionario. Così stile di vita, lavoro, nuove forme di condivisione, e integrazione strutturale della dimensione economica con quella sociale e quella ambientale diventano una testimonianza, un annuncio delle nuove relazioni generate nel Risorto.

L’elaborazione di un nuovo modello di presenza missionaria richiede di facilitare e condurre un processo partecipativo che, partendo dalle esperienze più significative e trasformanti, dalle buone pratiche, arrivi a costruire dei principi o linee guida che orientino i percorsi pastorali in contesti di frontiera. Questo orizzonte condiviso facilita anche lo scambio e la collaborazione tra comunità diverse – impegnate in quella stessa pastorale d’ambiente – anche se le condizioni locali differenziano notevolmente le loro esperienze. Rende anche possibile sviluppare programmi e percorsi di formazione specifica per operatori pastorali, per acquisire le competenze richieste dall’ambiente ministeriale. Inoltre facilita lo scambio, la condivisione di risorse, la cooperazione e il cammino sinodale tra comunità cristiane missionarie impegnate nelle stesse pastorali specifiche.

Ma per rendere possibili queste transizioni a nuovi modelli ministeriali, serve un accompagnamento che faciliti il coinvolgimento e la partecipazione delle comunità missionarie, l’elaborazione di una visione condivisa, la definizione di percorsi, l’adozione di strumenti ministeriali appropriati e un supporto per la ricerca, la riflessione e lo sviluppo di innovazioni di fronte alle nuove sfide che di volta in volta si presentano.

In breve, la riqualificazione delle presenze missionarie richiede un processo, dei percorsi sistematici ed un accompagnamento. Tutto questo non sarà possibile senza una struttura di supporto, abilitante, perché ideare e costruire nuovi ecosistemi è una cosa molto complessa. Se la riqualificazione delle presenze missionarie ancora non si vede all’orizzonte, è anche perché non ci si è ancora dati gli strumenti e le competenze per elaborarla. Servono competenze e risorse adeguate, e la capacità di mobilitare e rendere generativo l’enorme capitale sociale del mondo missionario e della società civile.

Tutto questo non si improvvisa, piuttosto richiede competenze ed organizzazione. Servirebbe allora un centro di animazione e ricerca, con la capacità di accompagnare e facilitare percorsi di transizione che vedano le comunità locali come protagoniste del proprio cammino. Non si tratta di calare una soluzione dall’alto, ma di generare dei percorsi nuovi alla ricerca di una riqualificazione. Una condizione favorevole per arrivare a questo obiettivo è la creazione e cura di uno spazio di incontro tra:

= Nuovi modelli di presenza missionaria.

= Giovani: con la loro energia e creatività, la loro sensibilità e capacità di cogliere il nuovo che vivifica il mondo. Inoltre, è con loro che si possono meglio sviluppare esperienze di economia alternativa, solidale e sostenibile, come espressione della missione.

= Territorio: con le sue ricche articolazioni di società civile ed ecclesiale e le nuove opportunità di cui è portatore.

= Conoscenze e competenze che si completano: scientifiche, professionali, missionarie, delle culture della vita.

Processi partecipativi: per l’innovazione socio-economica, con un orizzonte eco-sistemico.

Reti: sia per elaborare e diffondere modelli di sviluppo alternativi, sia per contrastare sistemi iniqui e insostenibili. Decostruire sistemi ingiusti ed insostenibili e dare spazio ad alternative umanizzanti, con il lavoro di advocacy[2] che comporta, non è un aspetto secondario: se non cambiano le regole del gioco globale, nessuna alternativa globale potrà mai vedere la luce.

Conclusione

Papa Francesco ha rilevato e spiegato il cambiamento epocale che stiamo vivendo, indicando e lavorando al necessario rinnovamento della chiesa per rispondere evangelicamente alle sfide del nostro tempo. Ha così offerto a tutta la chiesa una visione evangelica contestualizzata ed ha offerto dei percorsi partecipativi per camminare assieme, con il protagonismo della base, verso il Regno che viene. All’interno di questo movimento trova ospitalità il bisogno comboniano fortemente sentito, da tanti anni, di una riqualificazione della presenza e servizio missionario. Siamo chiamati a interpretare carismaticamente questo cammino, in comunione con la chiesa e con tutta l’umanità che anela alla vita in pienezza, che oggi richiede un’economia sostenibile ed un’ecologia integrale. Dalla base emergono delle esperienze significative, pur tra grandi sfide e senza trionfalismi, ma il rinnovamento al quale ci sentiamo chiamati richiede un passo ulteriore, vale a dire avviare percorsi partecipativi sistematici. Ciò richiede anzitutto discernimento, ma, come l’esperienza dei Capitoli Generali insegna, se dopo aver individuato un senso di direzione non vengono progettati dei percorsi e predisposti dei meccanismi di sostegno, è molto probabile che le deliberazioni rimangano lettera morta, creando grande frustrazione e sfiducia. Per superare questa impasse, c’è bisogno di dar vita ad un centro per l’accompagnamento della riqualificazione missionaria che possa mobilitare le forze, le risorse e le competenze necessarie per animare e sostenere la ricerca di nuovi percorsi condivisi, nell’alveo del rinnovamento ecclesiale e ministeriale tracciato dalla EG e dalla LS.


[1] Cf. EG 15: “Semplicemente riconosceremmo che l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della chiesa”.

[2] Si pensi ad esempio a realtà come AEFJN o VIVAT International, come anche a diversi movimenti per la pace, l’ambiente ecc.