Alberto Parise

Nairobi, gennaio 2007: al Forum Sociale Mondiale un gruppo di varie comunità etniche del Kenya conducono un laboratorio sull’importanza della diversità bio-culturale, espressione dell’interconnessione di ambiente, cultura e vita in pienezza.

Tutto è in relazione

Si alza a parlare mzee Thuku, un anziano di etnia Kikuyu che ha conosciuto gli orrori della colonizzazione e dei conflitti che ne sono derivati. Anche dopo quattro decenni di indipendenza, gli effetti della colonizzazione si fanno ancora sentire: “tre sono le cose che i colonialisti hanno portato – enfatizza mzee Thuku – di cui stiamo ancora pagando il prezzo.

La legge (inglese), l’istruzione (scolastica occidentale) e la religione”.

Mi domando cosa abbiano in comune queste tre strutture e mi rendo conto di due aspetti cruciali:

=   anzitutto sono entrati nella realtà locale senza riconoscere che c’erano già dei sistemi locali operanti; si sono sovrapposti con l’intento di sostituirli, imponendo una visione del mondo aliena. Ovviamente la popolazione ha resistito questa intrusione, ritrovandosi così a vivere in due sistemi paralleli, spesso contraddittori, che generano tensioni e conflitti.

=   Questi sistemi hanno contribuito alla marginalizzazione dei saperi tradizionali e della spiritualità ancestrale. Specialmente con le nuove generazioni, nate all’interno del sistema e della cultura coloniale – e oggi neo-coloniale, attraverso il modello economico finanziario-capitalistico – si è verificata una perdita dell’interconnessione tra cultura, natura e relazioni sociali.

Mzee Thuku non intende fare una battaglia di retroguardia per tornare ad una supposta “età dell’oro”. Lui stesso è un leader di una chiesa cristiana indipendente, ha cioè accolto sinceramente l’annuncio di Gesù Cristo. Ma esprime il bisogno di camminare verso una visione ed uno stile di vita olistico e di promuovere una spiritualità che colga le interconnessioni di ogni parte, ogni realtà, ogni dimensione della vita con il tutto, perché tutto è in relazione.

La strada dell’ecologia integrale

È un’esigenza che la Laudato si’ riesprime in termini di ecologia integrale, a partire da una visione della realtà come ecosistema, una complessità di legami e interazioni di aspetti correlati di un tutto che è la vita, per cui giustizia sociale, economia, ambiente, cultura, stile di vita e spiritualità sono interdipendenti.

L’enciclica rileva l’urgenza di una trasformazione sociale, cioè di un cambiamento sistemico che coinvolga tanto strutture socio-economiche quanto quelle di pensiero, della mentalità corrente. È il grido dei popoli esclusi e della Terra, nostra casa comune, che ci rendono consapevoli dell’insostenibilità del modello predominante di sviluppo, produzione e consumo.

La Laudato sì’ sottolinea anche che non si tratta di due crisi epocali separate, quella sociale e quella ambientale, ma di una sola e complessa crisi socio-ambientale, che oramai ha raggiunto livelli vicini al punto di non ritorno: se non si inverte subito la traiettoria, il danno socio-ambientale sarà irreversibile.

Serve un cambiamento di mentalità, del modo di pensare, cioè uno sguardo diverso sulla realtà che superi la riduzione dell’economia alla massimizzazione del profitto, della persona umana alla dimensione del consumo, dei rapporti umani alla strumentalità della ricerca dell’interesse individuale. Come hanno sostenuto a più riprese tanto Benedetto XVI che Francesco, la grande crisi del nostro tempo ha origine in una visione impoverita dell’umanità, che ha perso il senso del significato profondo dell’umanità e della vita.

Così oggi la logica scientifico-tecnologica, unita alla finanza, tende a vedere nei problemi che sta causando un’ulteriore opportunità di profitto attraverso soluzioni che però, di solito, creano nuovi problemi, mancando la percezione delle molteplici relazioni tra le cose. Per uscire dalla spirale di autodistruzione, è necessario un dialogo inclusivo, capace di integrare le prospettive tecnico-scientifiche con quelle sociali, economiche ed etico-religiose per dar vita a nuove strutture socio-economiche e nuovi stili di vita, inclusivi, egualitari, solidali, sostenibili e responsabili verso la nostra casa comune.

La dimensione ecologica nel Sinodo per l’Amazzonia

Il processo del sinodo per l’Amazzonia ci mostra un percorso concreto per una trasformazione sociale nella linea dell’ecologia integrale, che richiede un cambiamento sistemico, ben altra cosa rispetto all’inserimento di considerazioni ecologiche superficiali. È un percorso paradigmatico, che comincia con l’ascolto del “grido della Terra” e dei popoli indigeni, che svelano le contraddizioni e insostenibilità del sistema oggi predominante; come anche della loro visione e sapienza ancestrale, discernendo la presenza di Dio incarnata e attiva in questi popoli.

La Chiesa, in particolare, è chiamata ad una testimonianza profetica al loro fianco: di denuncia delle strutture e sistemi ingiusti e insostenibili, nel caso specifico sostenuti da nuove potenze colonizzatrici che minacciano la regione Amazzonica. E poi anche, attraverso il dialogo, interculturale e pentecostale (cioè nello Spirito), di stimolare, accompagnare e sostenere l’emergere di alternative di sviluppo ecologico integrale costruite con le comunità sul territorio, combinando saggezza ancestrale, conoscenze tradizionali e scientifiche.

Per un simile percorso – ha affermato il Sinodo – la Chiesa deve però effettuare una conversione integrale. Infatti, il principio ispiratore per il cambiamento sistemico e per la conversione del cuore e della visione – suggerisce papa Francesco – è di comprendere e convincersi che tutto nel mondo è interconnesso.

Ciò richiede anzitutto una conversione culturale, lo sviluppo della capacità di andare incontro all’altro, al diverso, su un piano di parità, riconoscendone, rispettandone e promuovendone l’identità. Solo così ci si apre alla scoperta dei semi del Verbo in loro e nella loro realtà socio-culturale. Sul piano culturale, serve anche la costruzione collettiva di processi educativi che abbiano nella forma e contenuto l’identità culturale delle comunità indigene e l’interculturalità.

La dimensione ecologica della conversione si riscontra tanto nella crescita di una nuova consapevolezza, imparando dai popoli originari in un dialogo di saperi, quanto nell’assunzione di stili di vita e cicli produttivi equi e sostenibili, nell’avviamento di osservatori socio-ambientali e di ministeri ecclesiali per la cura della casa comune, con riferimento al modo in cui i popoli indigeni si relazionano con il loro territorio e lo proteggono. Quindi emerge anche la dimensione pastorale della conversione, che comincia con il fare causa comune con i popoli dell’Amazzonia, con i gruppi emarginati ed esclusi, e si concretizza attraverso ministeri specifici, per un accompagnamento contestuale, in dialogo ecumenico, interreligioso e culturale.

La dimensione pastorale dell’ecologia integrale

Al giorno d’oggi, con la mobilità indotta dai processi di globalizzazione, la realtà è multi-etnica, multiculturale e multireligiosa, e la transizione ecologica, a livello locale e internazionale, sarà possibile solo con un coinvolgimento di tutti. Ci vuole allora la capacità di camminare assieme e qui l’assemblea speciale per l’Amazzonia ha messo l’accento sull’aspetto della conversione sinodale a cui la Chiesa è chiamata.

Questo significa camminare assieme sotto la guida dello Spirito, per individuare il cammino da seguire al servizio del disegno di Dio, con un percorso di ascolto reciproco, dialogo, discernimento partecipato, decisioni condivise.

La sinodalità si caratterizza per il rispetto della dignità e uguaglianza di ciascuno, la complementarietà dei carismi e dei ministeri, gli organismi di comunione, la partecipazione e la corresponsabilità. In particolare, il Sinodo ha riflettuto sui ministeri e la leadership delle donne nelle realtà ecclesiali, riconoscendone un potenziale ancora da accogliere pienamente.

Il rischio che corriamo è di relegare tutto questo a qualcosa “per” l’Amazzonia, senza sentirne l’importanza e l’urgenza per noi che viviamo altrove. Eppure l’ispirazione e i percorsi concreti che emergono dal Sinodo ci riguardano da molto vicino, sia considerando il nostro legame a livello globale con l’Amazzonia, sia nella nostra stessa dimensione locale, pur molto diversa e particolare.

A livello globale, infatti, partecipiamo tanto delle cause della distruzione dell’Amazzonia, quanto delle sue conseguenze. Siamo parte di quello stesso sistema socio-economico mondiale che è all’origine del problema, attraverso le emissioni gas serra e CO2 legate al nostro ciclo produttivo e di consumo e al nostro stile di vita. Ma siamo anche toccati da vicino dagli effetti dei cambiamenti climatici, come i fenomeni estremi degli ultimi anni ci ricordano continuamente. Siamo, perciò, chiamati a contribuire al suo cambiamento, attraverso una transizione ecologica che, per avvenire, deve essere globale, cioè dobbiamo anche noi esserne parte.

Il processo di globalizzazione, inoltre, tende a creare situazioni affini in molte parti del mondo. Oggi, ad esempio, anche in Italia, a livello locale cominciamo a sperimentare una realtà multi-etnica, plurale, incontriamo espressioni di popoli e cosmovisioni molto diverse dalla nostra. Come il Sinodo ha sottolineato, abbiamo bisogno di tutti, di un dialogo aperto che ci porti a prendere coscienza di alcuni limiti intrinseci del nostro modo di pensare e vivere e ad imparare da saperi e prospettive più olistiche, per costruire assieme un mondo sostenibile e più fraterno.

Mi piace pensare che se mzee Thuku oggi fosse ancora tra noi, troverebbe nella strada dell’ecologia integrale e nel processo del sinodo per l’Amazzonia una visione ed un ascolto molto più prossimi ed evocativi della piena umanità dei popoli indigeni, per il bene comune e la vita in pienezza per tutti.

Alberto Parise MCCJ

albatomccj@yahoo.it

06 51.94.61

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