di Alberto Parise

Domenica 3 marzo 2002: nella missione di Kariobangi, tra le baraccopoli della periferia orientale di Nairobi, non è una sera come le altre. È da poco buio e improvvisamente le affollate stradine del quartiere vengono rastrellate da tre ondate di milizie paramilitari. Si fanno chiamare Mungiki. Armati di grosse armi da taglio, mutilano ed uccidono chiunque non sappia rispondere al saluto nel loro vernacolo: “thayu”, che paradossalmente vuol dire pace. Ne risulta una strage, pianificata nei dettagli, in ritorsione per l’uccisione di tre giovani, membri della stessa organizzazione, trucidati due notti prima da un gruppo di vigilanti locali – noti come Taliban – , che li accusavano di avere a loro volta ucciso un loro collega. Avviene tutto molto rapidamente, concitatamente. Quando da dentro casa ci accorgiamo che fuori sta avvenendo qualcosa di terribile, ci precipitiamo fuori, per soccorrere i feriti abbandonati nei fossi lungo la strada. Le forze dell’ordine non intervengono, passeranno solo due ore più tardi senza fermarsi. L’indomani mattina, il Kenya si risveglia in stato di choc. Per una settimana questa storia farà la prima pagina dei giornali e la tensione cresce, perché dietro a questi eventi ci sono speculazioni politiche. Del resto è un anno che porta alle elezioni presidenziali, in cui i politici si giocano la carta dell’identità etnica per crearsi una base di consenso e potere.

Vita in sospeso

Nessuno sa cosa fare, come rispondere ad una situazione tesissima che può esplodere da un momento all’altro. Tuttavia, l’orrore, l’indignazione e il pericolo di un’ulteriore aggravamento della situazione ha bloccato ogni attività nel quartiere. Tutto è fermo, incerto. Proprio questo stallo ci permette di contattare tutti i leader religiosi della zona ed organizzare tutti assieme una giornata di preghiera pubblica, ad una settimana dalla strage, per ricordare le vittime e pregare per la pace. Da quella comunione di preghiera, nasce un comitato inter-religioso che avvia un lungo percorso alla ricerca della guarigione e della riconciliazione. Non solo a livello fisico e psicologico, ma anche spirituale, realtà imprescindibile in questo contesto africano.
La missione in quel momento ha 76 piccole comunità cristiane, cioè gruppi di vicinato che si radunano settimanalmente nelle stradine tra le loro piccole baracche per pregare ed organizzare i servizi alla comunità e al territorio: una chiesa ministeriale, che vive la propria fede mettendo in pratica la Parola che ascolta. Tra questi servizi c’è anche quello della giustizia e pace. Questi ministri, laici, si attivano sul territorio e raccolgono informazioni che gli permettono di ricostruire ciò che è successo e perché, di identificare le vittime e persone colpite direttamente dagli eventi e di far pressione assieme alla società civile su autorità e istituzioni perché si sforzino di garantire la sicurezza nel quartiere. Assieme a loro, il comitato inter-religioso può andare a visitare i sopravvissuti nelle loro baracche, ascoltare il loro racconto, pregare assieme, rendere presente la propria solidarietà. Questi sono momenti di incontro con il mistero della vita umana, in cui si vive una profonda intimità.
Ricordo vividamente la sofferenza nelle parole dei sopravvissuti, il loro racconto di quei momenti orribili, sconvolgenti e la profondità della loro preghiera, viscerale, che sgorgava trasparente da corpi e spiriti martoriati dalla violenza subita. Molto frequentemente, vicino al letto, nella baracca, c’è una Bibbia. Chiediamo allora ai sopravvissuti di scegliere e leggere un passo e da lì nascono delle condivisioni toccanti, autentiche riflessioni teologiche.

Il cammino di guarigione e riconciliazione

Col passare delle settimane, sentiamo che i loro racconti evolvono, la memoria si trasforma, una guarigione del cuore comincia a fare capolino. Ricordo ancora un giovane sopravvissuto che a mesi di distanza mi confiderà che in quei momenti tremendi di paura e disperazione, in cui la tensione sociale era altissima, ciò che lo sosteneva e gli dava coraggio, la forza di sperare, era il vedere l’unità, la comunione delle diverse confessioni religiose. In un ambiente dove tutto diventa fattore di divisione, come la povertà, la politica, le affiliazioni culturali ed etniche, la corruzione, la violenza, la competizione per risorse limitate e spesso anche quella tra le chiese, è davvero il camminare assieme, in fraternità, la “buona notizia” di un mondo altro che irrompe con una promessa di vita in pienezza.
Proponiamo ai sopravvissuti di incontrarsi, formare un gruppo di mutuo sostegno e continuare assieme il cammino di guarigione. Percepiamo che non siamo soli, che lo Spirito ci precede, è all’opera, e sentiamo il bisogno di metterci in suo ascolto, di discernere quello che sta realizzando per lasciarci coinvolgere ed assecondarlo. Come quando, ad esempio, al primo raduno nel salone della missione arrivano ed interagiscono i sopravvissuti ed i congiunti delle vittime della violenza Mungiki ed i genitori dei tre ragazzi uccisi dai Taliban. E poi l’incontro con le tradizioni vive di pace dei popoli del Kenya, espressioni della spiritualità africana, della visione del mondo ancestrale, grazie alla mediazione dei Musei comunitari della pace del Kenya. Fondati da Sultan Somjee, un etnografo keniota, ismaelita, che ha lavorato per decenni con varie comunità etniche, questi musei sono delle comunità di villaggio che documentano e promuovono pratiche e spiritualità di riconciliazione e pace.
Anche loro all’inizio non sanno bene cosa fare con noi, perché non conoscono la realtà delle baraccopoli urbane. Ma andiamo ad incontrarli, condividiamo la nostra esperienza e ci mettiamo in ascolto della loro. Non abbiamo un piano, o una soluzione, non sappiamo cosa sia la cosa “giusta” da fare e forse per questo restiamo in ascolto, assieme. Poi la decisione di Sultan, all’inizio titubante: proviamoci! Da lì nasce una svolta, una successione di eventi che ci porta assieme a vivere l’incontro con la spiritualità degli alberi della pace, una sorta di sacramento nella religione tradizionale, che giocano un ruolo fondamentale nel cammino di guarigione e riconciliazione. Così prima nel giardino della missione e poi nello spazio pubblico sorge un giardino degli alberi della pace, luogo dove a distanza di anni la gente continua a trovarsi per dialoghi di riconciliazione e pace. Questo si riconnette con alcune pratiche ancestrali che toccano il cuore della gente, come la guarigione della terra, ferita dalla violenza, violata dal sangue sparso; o anche il rivestire la terra, spogliata e lasciata nuda con la devastazione della vegetazione e la contaminazione dell’inquinamento, che finiscono per far pagare un prezzo molto alto a chi lì ci vive.

Missione e rigenerazione

É un cammino che ha un impatto impressionante sui sopravvissuti. Li vedo rinascere, tornare alla vita, riconnessi con le loro radici e con il senso ultimo della vita. Soprattutto, fanno un’esperienza tangibile di incontro con il Risorto nella loro vita, un incontro trasformante che li chiama a nuova vita. E lo fanno in un modo significativo per loro, vitale, toccando le corde più sensibili della loro interiorità. Queste persone sono un grande dono per me, per la crescita della mia fede, avendomi insegnato a vivere alla presenza Risorto, con fiducia e affidamento, nella consapevolezza della sua presenza vivificante. Decisamente, da qui niente sarà più come prima per me.
Ma il cammino non finisce lì. Si allarga, invece, e coinvolge prima i vicinati, poi molte delle altre baraccopoli di Nairobi. Una condivisione che confluisce nel processo di revisione della Costituzione del Kenya, facendo sentire il grido degli esclusi, degli oppressi e della terra alla Commissione per la revisione della Costituzione e alimentando un movimento popolare per la pace.
Per quanto questa esperienza abbia dei connotati particolari, suoi propri, allo stesso tempo è in qualche modo paradigmatica del nostro tempo: viviamo in un mondo plurale, marcato da grandi differenze, conflitti e in cui tutto è interconnesso. E siamo sul margine di un precipizio: il rischio di raggiungere il punto di non ritorno, dal punto di vista della devastazione socio-ambientale e delle sue conseguenze, è molto alto. La chiesa è chiamata ad uscire, ad essere presenza, solidarietà, servizio ed annuncio del Vangelo, a partire dai margini, dalle periferie, dagli esclusi. Tutto questo richiede una cultura dell’incontro, la ricerca condivisa del bene comune, in ascolto del contributo di tutti, contemplando la presenza e l’azione dello Spirito nella storia e nelle culture, che abilita a percepire la realtà in modo nuovo. Richiede anche di lasciarsi coinvolgere nell’iniziativa liberante di Dio e porta a fare esperienza di incontro con il Risorto in modo personale, contestualizzato, condiviso comunitariamente e significativo a confronto con la cosmo-visione in cui ciascuno vive.
É una missione che si realizza nella vulnerabilità, nella reciprocità, nella consapevolezza di non avere soluzioni pre-confezionate, ma con la fiducia di poter trovare assieme delle risposte “ispirate”. La grande sfida di oggi, allora, è quella di diventare un “popolo” in pace, giustizia e fraternità, in cui le differenze si armonizzano all’interno di un progetto comune (EG 221) perché tutti e il Creato nel suo insieme possano avere la vita in pienezza (Gv 10,10).