Cipresso nel parco Laudato si’
Cipresso nel parco Laudato si’ della Curia Generalizia
Nome correnteCipressocipresso comune o mediterraneo
Nome botanicoCupressus sempervirens L.famiglia Cupressaceae
Nome biblicoberoshIn ebraico, tradotto di solito con “cipresso”, anche se in alcuni passi potrebbe indicare altre conifere, come il ginepro o l’abete.

Origini e caratteristiche

Conifera sempreverde originaria del Mediterraneo orientale (Grecia, Creta, Turchia, Iran), diffusa in Italia fin dall’antichità, probabilmente grazie a Fenici ed Etruschi. Può raggiungere 20-35 metri di altezza e vivere per secoli; alcuni esemplari sono millenari.

Esiste in due forme: quella selvatica, con rami aperti e chioma larga, e quella più nota, slanciata e colonnare, con rami stretti verso il tronco.

Foglie di cipresso
Le foglie
Fiori di cipresso
I fiori
Frutti di cipresso
I frutti

Le foglie sono minuscole squame sovrapposte, verde scuro; i fiori maschili e femminili crescono sulla stessa pianta. Il frutto è un cono globoso e legnoso, il galbulo, che si apre dopo due anni per liberare i semi. Il legno, aromatico e resinoso, è tra i più durevoli e resistenti ai tarli. Il cipresso ama il sole e sopporta bene la siccità. Oggi è minacciato dal cancro corticale, un fungo che colpisce molti filari storici, soprattutto quando le piante sono geneticamente molto simili.

Il cipresso nella cultura popolare

È l’albero simbolo della Toscana: i filari lungo le strade bianche, i viali che portano alle ville e alle pievi, i cipressi isolati sulle colline fanno parte del paesaggio che il mondo riconosce come italiano. Nell’antichità il suo legno fu usato per costruire porte, navi e arche, e le sue fronde per segnalare il lutto. Nel mito greco Ciparisso, un giovane che aveva ucciso per errore il suo amato cervo, fu trasformato in cipresso dal dolore, e l’albero rimase legato al pianto. Per questo da secoli sorveglia i cimiteri: un simbolo di lutto, ma anche di vita che non si spegne, perché è sempreverde. È anche un frangivento prezioso per i campi e i vigneti.

Il cipresso nella Bibbia

Il cipresso appare nella Scrittura come albero nobile e durevole. Il suo legno è usato per i soffitti del tempio di Salomone e per le travi dei palazzi; nel Cantico dei Cantici i «cipressi» sono i soffitti della dimora degli amanti (Ct 1,17). Nel Salmo 104 sono il luogo in cui la cicogna fa il nido. Nei profeti è immagine della rinascita: dove prima c’erano spine, il Signore farà crescere cipressi (Is 55,13). E in Osea, in un’immagine sorprendente, Dio stesso si paragona a un cipresso sempreverde.

Il profeta Osea denuncia l’infedeltà del popolo, ma il libro si chiude con un invito alla conversione e una promessa di guarigione. Dio dice: «Io sarò come rugiada per Israele; esso fiorirà come un giglio» (Os 14,6). Poi, parlando di Efraim, cioè del popolo:

Efraim, che ho ancora in comune con gli idoli? Io l’ascolto e veglio su di lui; io sono come un cipresso sempre verde, da me proviene il tuo frutto. Os 14,9

Un messaggio per noi

Il cipresso ci insegna a guardare lontano.

La verticalità e la memoria

Il suo profilo indica il cielo e accompagna i luoghi dei morti: ci ricorda che apparteniamo a una catena di generazioni. Un cipresso piantato oggi sarà adulto tra decenni e vivrà dopo di noi. Come tale, è l’immagine di una cura che non cerca un tornaconto immediato.

La fedeltà che non cambia

Sempreverde, resta uguale d’estate e d’inverno. Nel testo di Osea questa costanza diventa immagine di Dio che veglia sul suo popolo, come fa un albero che dà riparo e frutto. Custodire la creazione ha qualcosa di questa fedeltà: restare, anche quando non si vede il risultato.

La bellezza del paesaggio e la fragilità dell’uniformità

I filari toscani sono il frutto di un dialogo secolare tra uomo e territorio, ma proprio la loro uniformità li rende vulnerabili alle malattie. Una creazione affidata solo a pochi modelli identici è più povera e più esposta. L’ecologia integrale difende la diversità, del paesaggio come delle persone.

Dalla Laudato si’

La Laudato si’ pone la domanda che il cipresso ci consegna:

Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra. LS 160

Il cipresso è un albero che si pianta per chi verrà dopo: è la risposta più semplice a questa domanda. Prendersi cura dell’ambiente significa pensare alle generazioni future, e farlo insieme alle questioni della giustizia, della memoria e del senso. Chi pianta un cipresso accetta di non vederlo cresciuto: sa che la custodia è un dono che si trasmette.

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