Alex Zanotelli, MCCJ

“Noi cristiani d’occidente leggiamo il Vangelo come se non avessimo soldi e spendiamo i nostri soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo”- afferma il gesuita inglese John Haughey. In buona parte delle chiese americane ed europee è molto difficile parlare di finanza. Eppure nessun aspetto delle nostre vite personali e collettive è così determinante come l’economia e la finanza. La più grande sfida per l’umanità oggi è la mal distribuzione delal ricchezza. Infatti secondo gli ultimi dati forniti da Oxfam a Davos, poco più di 2000 superricchi detiene una ricchezza superiore a quella posseduta da 4,6 miliardi di persone. E la metà più povera della popolazione mondiale , circa 3,8 miliardi di persone, deve accontentarsi dell’1% della ricchezza disponibile. Addirittura il patrimonio delle 22 persone più ricche del Pianeta supera quello di tutte le donne del continente africano. Ma questa sperequazione economica la ritroviamo anche in Italia , dove il 10% della popolazione (sei milioni di persone) non raggiunge quella di tre miliardari (Ferrero, Del Vecchio e Pessina). La ricchezza nazionale in mano al 10% più ricco è aumentata del 7,6% , mentre quella della metà più povera si è ridotta del 36%. Fa impressione leggere sempre in OXFAM che il 30% dei giovani italiani che lavorano, non guadagnano più di 800 euro lordi al mese. Si tratta di un enorme trasferimento di ricchezza da parte dei sempre più poveri ai sempre più ricchi. Le politiche neo-liberali sono responsabili non solo dell’ aumento di questo divario, ma altresì dell’incremento di alienazione sociale e psicologica. “Qualsiasi teologia che si rifiuti di guardare in faccia queste realtà è una teologia crudele ed irrilevante- scrive Ched Myers, straordinario biblista americano. Noi dobbiamo parlare di economia e finanza,ma alla luce del Vangelo. Il vuoto ideologico del nostro Sistema offre una straordinaria opportunità alla chiesa di riscoprire una visione radicalmente diversa dell’economia, una visione che costituisce il cuore delle Scritture.” E’ quanto ha fatto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium(53-60): “ Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettiva, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo che si può usare e gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che addirittura viene promossa.” E’ un giudizio duro ma è fatto partendo proprio dalla tradizione biblica. La Bibbia riconosce che le disuguaglianze fanno parte di una società ‘malata’, ma si rifiuta di accettare che l’ingiustizia sia una condizione permanente. Il popolo di Dio è invitato a smantellare costantemente le strutture fondamentali della ricchezza stratificata così che ce ne sia “abbastanza per tutti.” Questa visione socioeconomica è articolata in varie forme sia nel Primo Testamento come nel Secondo , attraverso la storia della manna(Esodo 16, la legislazione del Levitico(Levitico 25), i detti profetici(Isaia 5, ecc), i detti e le parabole di Gesù come la prassi delle prime comunità cristiane .(Seguo in questo la ricerca fatta dal noto biblista e attivista Ched Myers e riassunta nella nota rivista ecumenica Sojourners: The biblical vision of Sabbath economics 1998. E tutta una lunga seriedi ricerche sull’argomento che citerò nella bibliografia.)

ECONOMIA SABBATICA

Il concetto biblico di giustizia si basa sulla chiamata di Dio a “osservare il sabato”. In ebraico il verbo shabat significa “riposare o sospendere il lavoro.”La prima volta che shabat appare nella Bibbia è nella storia della creazione (Genesi 2,2).Il “gioioso lavoro” di Dio (la creazione è seguita da shabat che è benedetto (2,3) come è benedetta la creazione). Gli esseri umani devono imitare Dio nel praticare Shabat.
Il successivo testo biblico dove troviamo la parola shabat è nella storia paradigmatica di fame e pane (Esodo 16). Il popolo ebraico, liberato dalla schiavitù deve affrontare la dura realtà della vita fuori dal sistema imperiale di Faraone. La sfida è come sopravvivere nel deserto. Gli antichi israeliti come noi non potevano immaginare un sistema economico altro dal complesso militar-industriale egiziano che li aveva schiavizzati. Essi contestano Dio e Mosè, ma poi scoprono che c’è da mangiare anche nel deserto:la manna(che significa in ebraico “cosa è mai questo ?”) Ma sulla manna c’è un chiaro comando:”Raccogliere quanto ciascuno può mangiarne”(Es.16,16). Se ne raccoglievano di più, marciva. La storia della manna è una parabola che illustra l’alternativa di Yahvè all’economia egiziana. E’ il dono divino del raccolto che inizia con la pioggia e finisce con il pane. Questa storia della manna racconta una prova per vedere se Israele seguirà le istruzioni di Dio sul come “raccogliere”. La prima lezione che il popolo fuori dall’Egitto deve imparare è quella dell’economia. Le istruzioni di Mosè ci offrono le tre regole per questa pratica economica alternativa. Prima, ogni famiglia ha l’ordine di raccogliere quanto basta per i propri bisogni. “Colui che ne raccolse di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto quanto ciascuno ne poteva mangiare.” (Esodo 16, 17-18) Seconda, il pane non può essere ‘depositato’(Esodo 16-19-20). Infatti in Egitto ,gli Israeliti sfruttati come schiavi , costruivano le “città-deposito”, dove venivano raccolti e ammassati i beni depredati ai popoli sconfitti.La Bibbia ritiene che le grandi civiltà e i grandi imperi esercitano una forza centripeta che attira lavoro, risorse e ricchezze in sempre più grandi concentrazioni di potere economico idolatrico. Per questo Israele ha l’ordine di far circolare la ricchezza attraverso strategie di ridistribuzione opposte alle strategie di accumulo dell’Impero. Terza, riguarda la disciplina del Sabato.” Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che devono portare a casa,sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni giorno….Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato : non ve ne sarà.”(Es. 16, 5, 26) Il sabato è un’istituzione fondamentale per Israele. Le regole sul Sabato rappresentano la strategia di Dio per insegnare a Israele la sua dipendenza dalla terra come dono da essere equamente condiviso, non come un possesso da sfruttare. Il riposo prescritto sia per la terra che per il lavoro umano è comandato per rompere i tentativi umani per controllare la natura e “massimizzare” la forza produttiva. Dato che la terra appartiene a Dio e i suoi frutti sono un dono, la gente deve distribuire equamente quei frutti , invece di ammassarli. Il popolo ebraico doveva tenere una giara piena di manna davanti all’Arca dell’alleanza , per non dimenticare l’economia sabbatica. La storia della manna illustra la dipendenza dell’uomo dall’ “economia di grazia”.L’osservanza del Sabato vuol dire ricordarsi ogni settimana i due principi di questa economia:lo scopo del “sufficiente per tutti e la proibizione dell’ammassare .” Questa visione è radicalmente il contrario dell’economia odierna. La nostra incredulità è proprio contenuta nel nome manna , che in ebraico significa:”Cos’è mai questo?”

IL SETTIMO ANNO

Il codice di giustizia sociale(Es.23,10-11) estende il ciclo sabbatico al settimo anno: “Nel settimo anno non sfrutterai la terra e la lascerai incolta, ne mangeranno gli indigeni del tuo popolo.” (Es. 23,11). L’anno sabbatico ristora l’equilibrio restringendo l’attività dei membri ‘produttivi’ della società, così che ne possano ricevere beneficio i poveri e gli emarginati.
La sapienza ecologica ed economica dell’anno sabbatico è più che un espediente agricolo: è un grave invito alle economie imperiali di adeguarsi alla Grande Economia divina(al Gran Sogno di Dio come lo chiama il Salmo 106). Il Deuteronomio farà un passo in avanti includendo nell’anno sabbatico la remissione del debito (Dt. 15, 1-18). Questo serviva per ostacolare l’inevitabile tendenza delle società umane a concentrare potere e ricchezza nelle mani di pochi.
Anticamente, il ciclo dell’impoverimento iniziava quando la famiglia si indebitava, si aggravava quando era costretta a vendere la terra per far fronte al debito e si concludeva vendendosi come schiava per ripagare il debito. Ricordiamoci che nell’antichità non c’erano banche, erano i latifondisti, i grandi banchieri. L’anno sabbatico della remissione del debito aveva lo scopo di salvaguardare sia la giustizia sociale (“non vi sia alcun bisognoso in mezzo a voi” Dt.15,14) che la politica fiscale. La remissione si applica anche a coloro che erano diventati schiavi per debito, non solo liberandoli ,ma imponendo che fossero date loro risorse sufficienti per iniziare a vivere (Dt. 15,12-17). Per il Deuteronomio, Israele potrà godere del dono della terra, se saprà osservare la disciplina del Sabato.

SETTE ANNI PER SETTE

La piena espressione della logica sabbatica è il Giubileo del Levitico che avverrà ogni “Sabato di Sabati” (7×7) cioè nel cinquantesimo anno(Levitico, 25). Il Giubileo aveva lo scopo di smantellare le strutture della disuguaglianza socio-economica con la remissione del debito (Lev. 25, 35-42), la restituzione delle terre (Lev. 25, 19,25-28), la libertà degli schiavi(Lev.25, 47-55). Questo sempre per ricordare ad Israele che la terra è di Dio (Lev.25,23). Israele è il popolo dell’Esodo che non può ritornare a un sistema di schiavitù. Questi testi che raccolgono lo spirito dei Profeti sono un’aperta critica anche al nostro Sistema economico-finanziario. “L’economia sabbatica non è molto conosciuta nelle chiese del nord del mondo perché è stata marginalizzata dagli esegeti che cercano invece di legittimare la concentrazione di ricchezza e potere che la tradizione biblica denuncia”- afferma sempre Ched Myers. La chiesa oggi ha difficoltà ad ascoltare questo come buona notizia dato che il nostro immaginario ecclesiale è stato a lungo prigioniero dell’ortodossia del mercato e del capitalismo moderno. Le nostre paure ci hanno persuaso che il Giubileo biblico è stato una pura utopia. Infatti spesso viene detto che Israele non ha mai praticato l’economia sabbatica. Per questo basta dare uno sguardo sia all’evidenza negativa che positiva che abbiamo sui testi del Primo Testamento.

VOCI PROFETICHE

I profeti di Israele hanno criticato continuamente i capi di Israele per aver tradito i poveri e le persone più in difficoltà.Questo suggerisce che la visione sabbatica dell’economia era una misura a cui potevano pubblicamente appellarsi. E’ indubbio che la disciplina della remissione del debito ogni sette anni è stata regolarmente abbandonata da quegli Israeliti che desideravano consolidare i vantaggi sociali che avevano . Per questo il tradimento della vocazione sabbatica è così diventato un lamento centrale dei profeti. Quando Isaia attaccava i capi perché “le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case” (Is.3,14) si fa eco della tradizione della manna, che condanna l’accumulo delle ricchezze che impoverisce la maggioranza (“Il Signore attendeva giustizia ed ecco grida di oppressi”Is.5,7). Amos accusava i commercianti di vedere shabat come un ostacolo al profitto. “Voi che dite: ‘Quando sarà passato il novilunio e si potrà vender il grano? E il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comperare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali?Venderemo anche lo scarto del grano.”(Amos 8, 5-6) Osea lamenta che la fedeltà ai mercati internazionali aveva spiazzato l’economia di ‘grazia’, di condivisione(Osea2,5).
Più significativa ancora la tradizione che attribuiva la caduta di Gerusalemme al fallimento di Israele di osservare shabat :”Finchè la terra abbia scontato i suoi sabati. Per tutto il tempo della sua desolazione ha osservato fino al compimento di settant’anni.”(2Cronache 36, 20-21). E’ quanto previsto dal libro del Levitico:”Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo della sua desolazione….allora la terra si riposerà e si compenserà dei suoi sabati. Finchè rimarrà desolata, avrà riposo che non le fu concesso da voi con i sabati, quando l’abitavate.” (Levitico,26,34-35,43) Ma il più splendido richiamo profetico al Giubileo è Isaia 61,1-2 che inizia con la chiamata del profeta a portare buone notizie ai poveri e finisce con la proclamazione “dell’anno di grazia del Signore”. E’ proprio questo il testo che Gesù di Nazaret ha scelto per inaugurare la sua missione (Luca 4,18-19) al popolo della Galilea . al temo di Gesù,secondo Horsley, il 70% dei raccolti era utilizzato dai Galilei per pagare tasse(Roma, Erode Antipa, il Tempio), per cui il 90% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà assoluta. Molti contadini avevano perso la propria terra per pagare i debiti.Ormai sono molti gli esegeti che affermano che Gesù ha iniziato il suo ministero proclamando l’anno giubilare per i disperati della Galilea.Solo la cancellazione del debito e la restituzione della terra poteva essere buona novella per i poveri della Galilea. Altrimenti dovremmo “spiritualizzare” tutta la tradizione gesuana che purtroppo le chiese hanno fatto da Costantino in poi Gesù inizia il suo ministero in Galilea, la zona più depressa della Palestina, annunciando buona novella agli impoveriti e proclamando il regno di Dio. Gesù per ‘Regno di Dio’ intendeva una realtà politico-economica opposta a quella che era l’Impero di Roma i cui nefasti risultati erano toccati con mano da Gesù camminando fra i piccoli villaggi della Galilea. “Il Regno di Dio-scrivono Rose e Gloria Kinsler nel loro libro The Biblical Jubilee and the struggle for life –che Gesù proclamava era precisamente quell’ordine alternativo socio-economico e spirituale inculcato nella Legge e nei Profeti, espresso così bene nella visione del Giubileo Sabbatico.Gesù ha rinnovato la memoria sovversiva delle tribù di Yahweh e l’aspettativa del Regno di Dio nei villaggi della Galilea.”

“SPEZZARE IL PANE”

Infatti l’episodio più narrato di Gesù nei Vangeli è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, raccontato ben sei volte: due in Marco (6-30-44) e (8,1-10), una volta in Luca(9-10-17) e una volta in Giovanni (6,1-15).Già questo dovrebbe farci riflettere su quanto questa storia sia fondamentale sia per Gesù che per le prime comunità cristiane.Questo episodio è stato narrato con gli stessi termini usati per l’ultima cena: “Prese il pane, benedisse, lo spezzò, lo diede…”, perché veniva raccontato durante il pasto serale quotidiano (quando era possibile), con il contributo di ogni componente delle piccole comunità cristiane.
Quella parola “spezzare il pane” sembra sia stato un gesto tipico di Gesù per cui i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù quando “spezza con loro il pane” . Gesù deve averlo imparato durante la cena pasquale celebrata in casa sua quando Giuseppe spezzava il pane azzimo distibuendolo a tutta la famiglia e agli ospiti . Con quel gesto il padre diceva che era il pane guadagnato con il sudore della fronte per sfamare tutta la famiglia :vita data, donata, condivisa. E’ stato questo il segno che Gesù ripeterà per dire a tutti che se spezziamo il pane, ce n’è per tutti e non ci sarebbe più fame.Sappiamo che il popolo della Galilea, schiacciato dalle tasse, faceva la fame al tempo di Gesù:pochi ricconi avevano tutto a spese di molti morti di fame. La ricetta di Gesù è semplice:condividete quello che avete , i pochi pani, pochi pesci e tutti saranno sfamati. Anzi ne avanza. E’ tutta qui la visione economica di Gesù. Mai come oggi l’uomo ha prodotto così tanta ricchezza che è concentrata nelle mani di pochi: circa duemila miliardari hanno tanto quanto metà dell’umanità, mentre 800 milioni di persone fanno la fame e uccidiamo per fame 30 milioni di persone all’anno. Tutti ne avrebbero a sazietà se quell’enorme ricchezza in mano a pochi , venisse distribuita. Il cibo non può essere ammassato, deve essere condiviso. E’ questo l’insegnamento della storia della manna e di Gesù. Gesù esprime il suo sogno in quella parabola della grande cena(Luca 14, 15-24) in cui Gesù riprende il grande sogno del pensiero apocalittico:”Preparerà il Signore degli eserciti, per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti.”(Isaia 25,6)
E’ questa l’economia sabbatica, l’economia giubilare.E viene espressa con altrettanta chiarezza nell’episodio di un uomo ricco(latifondista) che chiede a Gesù cosa deve fare per avere la “vita eterna” : “Và, gli risponde Gesù, vendi quello che hai e avrai un tesoro in cielo, e vieni! Seguimi!”(Marco 10, 17-22). Lo stupore dei discepoli è grande: “Ma allora chi si può salvare?” e esprime anche la nostra meraviglia. Ma Gesù realmente si aspetta che i ricchi partecipino alla ridistribuzione sabbatica dei beni come condizione per il discepolato? Possiamo immaginare un mondo in cui non ci sono ricchi e poveri? Allo scetticismo dei discepoli che è anche il nostro, Gesù dice:”Lo so che sembra impossibile per voi, ma tutto è possibile a Dio.”(Marco 10,27) In altre parole l’economia è alla fine un “problema teologico”, afferma sempre Ched Myers. Il ricco Zaccheo, raccoglitore di tasse, capisce bene questo messaggio di Gesù:”Ecco, Signore, io dò la metà dei miei beni ai poveri e se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto.”(Luca,19,1-10)
“Il discepolato significa abbandonare le seduzioni e le false sicurezze di un sistema che permette a pochi di avere quasi tutto a scapito dei molti morti di fame per un’economia del sufficiente per tutti-afferma sempre Ched Myers. In tale economia, che Gesù chiama il “Regno”, non ci sono più ricchi e poveri. Per definizione , il ricco “non può entrarvi (Marco,10,23-25). Una tale visione è così lontana dai nostri possibili orizzonti che i discepoli , antichi e nuovi, hanno difficoltà ad accettarla.”(Marco 10, 26). Il tutto potrebbe essere riassunto nel mantra giubilare:”I primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi.”(Marco 10,31) Gesù ha espresso tutto questo nel detto lapidario:”Nessuno può servire due padroni perché odierà l’uno e amerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona.” (Matteo,6,24) Mammona è una parola aramaica che vuol dire ricchezza con una connotazione molto negativa, diabolica; infatti è contrapposta a Dio-Abbà. Le sole due parole che abbiamo di Gesù in aramaico sono Abbà/Mammona(ipsissima verba!) “L’antagonismo inconciliabile tra Dio e la ricchezza ,- afferma il teologo dello Sri Lanka Aloysius Pieris- è il patto irrevocabile tra Dio e i poveri;Gesù stesso è questo patto. Questi due principi comportano che, in Gesù, Dio e i poveri hanno stretto un patto contro il loro nemico comune, Mammona. Questo è ciò che giustifica la conclusione che per Gesù, come per i suoi seguaci, la spiritualità non è solo una lotta per essere poveri, ma anche una lotta per i poveri.

IN PARABOLE

“ Gesù ci ha donato lo stesso insegnamento attraverso tutta una serie di parabole estremamente significative che oggi, soprattutto con gli studi di Herzog e di Luise Schotroff, non possiamo più leggere in chiave allegorica. Basterebbe leggere la parabola in Luca dello straricco e del povero Lazzaro (Luca 16, 19-31) che è una critica radicale del sistema economico del suo tempo, un sistema che permetteva a pochi di banchettare, a spese dei molti lazzari che non riuscivano neanche ad avere le briciole che cadevano dalla mensa dei ricconi.(Luca 16, 21) Come la parabola dello stolto ricco(Luca12, 13-21) nella quale Gesù racconta la follia di ‘ammassare’ ricchezze (la storia della manna) e poi esorta i suoi ascoltatori a imparare la lezione della ‘grande economia’ della natura. “Guardate gli uccelli….Guardate i gigli dei campi….”(Luca 12,13-34) Nella parabola dell’amministratore astuto (Luca 16,1-13), “Gesù loda il truffatore poiché mostra involontariamente, una pratica percorribile dalla comunità cristiana”, scrive Luise Schotroff- quella della remissione del debito per costruirsi delle amicizie. Per il cristianesimo di quell’epoca il sistema di mutua ospitalità è di importanza decisiva come mostrano gli Atti degli Apostoli. Per il rapporto con il denaro, è prioritaria l’auto-obbligazione di impedire la fame e la miseria di altri membri della comunità, all’occorrenza a costo del proprio patrimonio economico.” E la Schotroff aggiunge :” Definire questa prassi con un ‘fare elemosina’ è riduttivo. Lo scopo non è una povertà ascetica, ma una solidarietà economica che impedisca la fame o sofferenza sociale e fisica causata dalla povertà.” E infine è importante ricordare la cosidetta Parabola dei talenti (Matteo 25,14-30) che un paziente lavoro di Herzog, Schotroff e altri hanno finalmente liberata dalla sua ‘cattiveria babilonese’ dell’interpretazione capitalistica. Prima di tutto, la parabola non parla di ‘talenti’, ma di ‘talanta’ (soldi). Gli eroi della parabola non sono i due schiavi che hanno raddoppiato i loro soldi giocando al sistema usuraio di quel tempo. “Il terzo schiavo dice la verità e rinfaccia al padrone di essere lui il ladro- afferma la Schotroff. Ma il padrone non si sente nemmeno offeso, rimprovera il servo di non avere impiegato il denaro in modo tale da raddoppiare e di non avere impiegato il denaro in modo tale da raddoppiarlo e di non averlo nemmeno affidato alla banca, per riscuoterne gli interessi. Egli si è comportato come Gesù ha insegnato nel discorso della montagna. Non ha servito Mammona (Mt.6,24). Si è rifiutato di partecipare da gregario all’espropriazione dei piccoli contadini.” E’ il terzo schiavo il vero eroe della parabola, il “whistle blower”. “Alla luce di tutto questo- afferma Ched Myers- non dovrebbe sorprenderci il fatto della centralità dell’economia sabbatica nel pensiero di Gesù.”

“COME NOI RIMETTIAMO I NOSTRI DEBITI”

Gesù ha espresso questa sua visione giubilare nella sua preghiera: il “Padre Nostro” che ci è giunta in due versioni quasi parallele in Matteo 6, 9-13 e in Luca 11, 2-4. Qui abbiamo l’esperienza originaria di Gesù che ci consegna la sua intenzione originaria, quella più profonda.
“Il Padre Nostro si riferisce a tre tipi fondamentali :l’insopprimibile fame nell’essere umano-afferma L.Boff- la fame dell’incontro con Qualcuno che ci ami, ci accolga come in un senso di vita, di gioia, di affetto cioè la fame di un Papà buono (Abbà). La seconda è la fame infinita che non si sazia mai, il sogno più grande di un senso pieno per la propria vita, per la storia e per l’universo: il sogno che è chiamato Regno di Dio. La terza fame da saziare, senza la quale non si vive, è quella di pane. Senza questa base materiale, non ha senso parlare di Padre nostro e di Regno di Dio, perché un cadavere non invoca il Padre nostro né attende il Regno”, Gesù invoca Dio come Abbà (Papà) espressione tipica dei bambini ebrei verso il loro padre.”Gesù si rivolge a Dio come un bambino al papà- dice J.Jeremias- con la stessa semplicità intima, lo stesso abbandono fiducioso.”
Gesù al suo Abbà chiede una sola cosa:”Venga il tuo Regno.” Gesù, che viveva in mezzo a un popolo oppresso dall’imperialismo romano, chiede che arrivi al più presto un mondo più equo, più giusto.”La sua inaugurazione-scrive L.Boff- comincia con gli ultimi: i poveri, i peccatori e le prostitute. La metafora più bella è proprio la cena, il banchetto nuziale, la festa per simboleggiare che il Regno è la riconciliazione di tutte le cose, compresa la natura e l’universo.”
Le altre due intenzioni che troviamo solo in Matteo:”sia santificato il tuo nome” e “sia fatta la tua volontà” significano la stessa cosa che:”Venga il tuo Regno.” Infatti in aramaico, il passivo sottintende sempre Dio:”tu , Papà, santifica il tuo nome” “tu, Papà, realizza la tua volontà”. La volontà di Dio si realizza e il nome di Dio è glorificato da tutti quando arriva il Regno. La seconda intenzione per cui Gesù prega è :“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.In un contesto di fame per tanti al tempo di Gesù, egli prega per il pane quotidiano del quale i poveri hanno assoluto bisogno per vivere. Ma non è il mio pane, ma il nostro pane che Gesù chiede : pane per tutti, da essere spezzato perché tutti ne abbiano. Ma l’espressione epiousios, tradotta con quotidiano, può avere anche un’altra traduzione nella linea escatologica di Gesù: “il pane di domani” , del grande avvento del Regno. Questo pane daccelo oggi. E’ il Sogno del grande ‘banchetto’ per tutti, dei ‘cieli nuovi e della terra nuova”. La terza intenzione di preghiera al Papà è:”Perdona i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.” Gesù sta parlando di debiti veri, perché il suo popolo era indebitato fino al collo per le tasse esose pagate a Roma, a Erode Antipa e al Tempio. Si calcola che il 70% dei raccolti dei contadini andavano a pagare le tasse. Gesù chiede al Papà di perdonare i nostri debiti (e Dio perdona tutto!), e così anche noi abbiano il coraggio di perdonare i debiti che abbiamo noi con l’altro. E’ l’invito giubilare alla remissione dei debiti, Gesù inizia infatti il suo ministero in Galilea con l’annuncio dell’ “anno di grazia”, il Giubileo secondo Deut.15.
Nell’ultima intenzione :”Liberaci dal male e non ci indurre in tentazione”, Gesù chiede al Papà che il suo popolo, Israele, non sperimenti la grande “tribolazione”, il “male.” Gesù, aveva capito che il suo popolo aveva imbroccato la strada dello scontro armato con Roma che lo avrebbe distrutto il suo popolo.”Papà, fa che non arriviamo a quel momento, liberacene!”

LA PRATICA DELLE PRIME COMUNITA’ CRISTIANE

E’ importante sottolineare che la chiesa primitiva che ha prodotto questi Vangeli ha anche praticato l’economia sabbatica. Il più importante esempio è certamente il racconto degli Atti degli Apostoli con il dono dello Spirito nella festa di Pentecoste.E’ lo Spirito che muove la prima comunità cristiana alla distribuzione della ricchezza che di nuovo ricorda la storia della manna. Per bene tre volte Luca racconta negli Atti(2,42-47);4, 32-35; 5,12-16), che i primi cristiani “vendevano le loro proprietà e sostanze e li dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (Atti 2,45). E’ l’economia di condivisione come Gesù chiedeva.
Ched Myers ci ricorda infatti che la Pentecoste, festa ebraica delle Settimane, era stata posta 50 giorni dopo la Pasqua, ricordando il giubileo che doveva tenersi ogni cinquantesimo anno. “Il racconto di Pentecoste negli Atti- dice C. Myers- non è il racconto di un’esperienza spirituale estatica, ma una sfida all’intero ordine delle cose, personale e politico.” Il dono dello Spirito ha portato direttamente alla pratica dell’economia sabbatica e alla spiritualità del Giubileo.” “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera”- così Luca presenta la prima comunità cristiana. E per “comunione” usa la parola Koinonia che vuol dire “comunità di beni” , tutto in comune. “Il Regno di Dio fu sperimentato dalla chiesa primitiva come un impegno fondamentale non solo nella preghiera e nella liturgia, ma anche nella mensa comune e nella distribuzione dei beni così che tutti ne avrebbero abbastanza e nessuno ne avrebbe di troppo,” così scrivono Ross e Gloria Kinsler nel loro splendido libro “The biblical jubilee and the Struggle for Life.” Abbiamo una conferma di questo nella Prima Lettera di Paolo ai Corinti dove Paolo fustiga gli abusi dell’assemblea durante la “Cena del Signore”. (1Cor., 11,23-26) In alcune occasioni le piccole comunità, che si ritrovavano nelle case, avevano bisogno di una casa più grande che chiaramente apparteneva a una più ricca famiglia cristiana. I membri più benestanti arrivavano chiaramente prima, potendo disporre più liberamente del loro tempo. E questi che arrivavano prima, mangiavano e bevevano allegramente a scapito dei poveri e degli schiavi , ultimi a sedersi. Infatti, questi ‘ultimi’ lavoravano fino a tardi e arrivando in ritardo e stanchi, non trovavano nulla da mangiare. Così oltre che la fame, sperimentavano l’umiliazione per il loro status inferiore. La reazione di Paolo è durissima:”Non avete forse le vostre case per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo.” (1Cor.11,22) Paolo è infuriato:”Il vostro non è più un mangiare la Cena del Signore!”(1Cor.11,20) Per lui è un chiaro tradimento del vangelo. E’ in contraddizione con il Sogno di Gesù, il Regno di Dio, con l’economia sabbatica e al spiritualità del Giubileo.
Un’altra forte affermazione dell’economia sabbatica da parte di Paolo la troviamo nell’idea molto originale della “Colletta” per i poveri di Gerusalemme. Infatti non si tratta per Paolo di carità, di “colletta”, ma di fare giustizia distributiva fra le comunità cristiane. Paolo si era accorto che le comunità da lui fondate stavano relativamente bene economicamente in confronto con la comunità cristiana di Gerusalemme, chiamata dei “poveri”. Questo per Paolo è inaccettabile , per cui chiede alle Chiese da lui fondate di mettere da parte quello che avevano in più per destinarlo alla comunità di Gerusalemme che viveva in gravi ristrettezze economiche. Paolo utilizza ben due capitoli della Seconda Lettera ai Corinti (8-9) a questo importante piano, centrale nella sua strategia apostolica. Ne parla anche nella Lettera ai Romani, ai Galati e nella prima ai Corinti. Paolo vuole così invitare la comunità dei Gentili ad imparare l’economia sabbatica praticando il mutuo aiuto tra le chiese.
E ai Corinti scrive così:”Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza.” (2Cor,8,13). E per rafforzare il suo punto cita la storia della manna: “Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ne ebbe di meno.”(Esodo,16,18)

E OGGI?

Uno dei pochi moralisti che sono stati capaci di tradurre questa tradizione ebraico-cristiana nell’oggi è stato don Enrico Chiavacci, voce profetica in questo campo, ma poco ascoltata. Chiavacci parte dal principio evangelico espresso in Luca 12,21:”Non arricchire per sé, ma arricchire davanti a Dio.” Come specificazione di questo principio, Chiavacci deriva i due principi fondamentali che riassumono bene, in campo economico-finanziario, l’ethos radicale del Vangelo e delle prime comunità religiose:
1) Non cercare di arricchirti
2) Se hai, hai per dare
“L’avere di più come cosa in sé buona e desiderabile è sicuramente contraria al Vangelo-afferma Chiavacci. Il problema per la teologia morale di oggi consiste nel fatto che in tutta la cultura occidentale la struttura economica è tale che la ricchezza genera ricchezza. Anzi, oltre il livello di modeste necessità primarie, la ricchezza serve solo a generare ricchezza. La funzione propria della ricchezza è quella di generare ricchezza: in altri termini, si ha per avere ancora.
Da questa premessa Chiavacci tira questa dura conclusione per i cristiani di Occidente: “Tutti gli eccellenti discorsi sul primato dell’essere sull’avere sono assolutamente vani e moralmente inefficaci, se non sono concepiti come aperta critica alla nostra cultura occidentale.” E ammonisce:” Le grandi modifiche strutturali, assolutamente necessarie, non potranno mai nascere da nulla:occorre una rivoluzione culturale capillare. Se è vero che l’annuncio cristiano portò all’abolizione della schiavitù, non si vede perché lo stesso annuncio non possa portare a una paragonabile modifica di mentalità e quindi di strutture. Il dovere di testimonianza per chi è in grado di sfuggire a una presa totale del condizionamento è urgente.”
Chiavacci desume dai detti di Gesù due principi fondamentali “Non cercare di arricchirti” e “Se hai, hai per condividere”, derivandone quattro divieti etici.
“Primo,divieto di ogni attività economica di tipo speculativo. Le attività puramente speculative sono sicuramente giocare in borsa con la variante della speculazione valutaria. Ogni forma di speculazione che determini attività di compravendita, per esempio comperare terreni che saranno valorizzati in un prossimo futuro da opere pubbliche.”
Questa è chiarezza evangelica.
“Secondo: divieto di contratto aleatorio.” Chiavacci così lo spiega ;”Ogni forma di gioco d’azzardo, di rischio di una somma con il solo scopo di vederla ritornare moltiplicata, senza che ciò implichi un’attività lavorativa di alcun genere, è pura ricerca di ricchezza ulteriore che si tratti del Lotto, del Totocalcio e di scommessa di qualsaisi casinò, la sostanza morale del comportamento non cambia.”
Le affermazioni di Chiavacci assumono un valore profetico davanti al proliferare del gioco d’azzardo(110 miliardi di euro solo in Italia!), del Casinò, del Gratta e Vinci…
“Terzo:il divieto di attività esclusivamente finanziaria. E’ questo un punto che dovrebbe essere irrinunciabile per la morale cristiana, anzi, in esso dovrebbe riflettersi la bimillenaria tradizione del divieto di prestito ad interesse, quasi sempre inteso come identico a usura.” Ma questo anche per Chiavacci è “un punto assai difficile da definire e circoscrivere esattamente..” Non dimentichiamo che fino al 1700 la Chiesa scomunicava chi prestava soldi ad interesse.
“Quarto: il dovere di controllo dei propri investimenti.” Chiavacci afferma che “ognuno deve sapere dove mette i propri soldi e a cosa quei soldi servono. E’ un dovere morale fondamentale per tutti.”
Sappiamo molto bene come tante Banche investono in armi, droga, prostituzione e nel grande casinò dei “pacchetti tossici”. Scatta quindi l’obbligo di trasferirli altrove , come in Banca Etica.
Il secondo precetto generale è :”Se hai, hai per condividere” E’ un precetto diverso dal precedente, complementare ad esso, ma ad esso non riducibile. E’ quanto emerge dall’insegnamento di Gesù, soprattutto nel capitolo 16 del vangelo di Luca che potrebbe essere riassunto con l’imperativo che colui che ha , deve condividere con chi non ha. Dietro ci sta il sogno di Gesù di un’economia di uguaglianza dove i beni vengono distribuiti il più e quanto possibile fra tutti. Questo permetterebbe che gli uomini e le donne possano tutti/e sedersi alla comune mensa in pari dignità, nel profondo rispetto della cultura e della fede di ognuno, spezzando il pane insieme. Un pane che deve essere davvero comune a tutti, perché tutti possano dirsi figli e figlie di Dio. Il Padre nostro deve corrispondere al pane nostro. Questo è il sogno di Gesù che tocca a noi realizzare oggi.

L’IMPERO DEL DENARO

Invece siamo davanti a un Sistema di morte che ammazza per fame (almeno 30 milioni all’anno), ammazza per guerre(solo la guerra nella Repubblica democratica del Congo ha fatto 6 milioni di morti) e infine violenta il Pianeta, che non ci sopporta più.
“Come ricercatori della verità e della giustizia e guardando attraverso gli occhi di chi soffre ed è senza potere-dice il Documento di Accra dell’Alleanza riformata mondiale(2004)- vediamo che l’attuale (dis)ordine mondiale è radicato in un sistema economico estremamente complesso, e immorale, difeso da un impero. Usando il termine impero intendiamo il concorso di poteri economici, culturali, politici e militari che costituiscono un sistema di dominio messo in campo da nazioni potenti per proteggere e difendere i loro interessi”. E il Documento conclude : “In termini biblici questo sistema di accumulazione di ricchezza alle spalle dei poveri è considerato come una forma di infedeltà a Dio, responsabile di una sofferenza umana che potrebbe essere evitata ed è chiamato Mammona. Gesù ha detto che non possiamo servire Dio e Mammona(Lc 16,13)”.
Sulla scia di questa presa di posizione, le chiese sono oggi interpellate a esporsi con coraggio, dichiarando questo Impero del denaro un Sistema di morte. Per Dietrich Bonhoeffer, il grande martire antinazista, si tratta di status confessionis , un’espressione luterana che sta a indicare che è in ballo la fede stessa. Per Bonhoeffer non è sufficiente recitare il Credo niceno dentro le mura della chiesa, per essere nell’ortodossia. se poi quella stessa chiesa è funzionale al nazismo,perché allora non adora più il Dio della Vita, ma un idolo di morte a cui verranno sacrificati cinquanta milioni di persone.
Oggi le chiese devono dire da che parte stanno: o da parte dell’Impero del denaro o del Dio della vita.
“Le chiese devono pubblicamente e inequivocabilmente rifiutare-afferma il teologo tedesco Ulrich Duchrow nel volume Property, for People, not for Profit-il mercato globale e le sue istituzioni(…). Questo mercato globale rende assoluto il meccanismo dell’accumulazione del capitale basato sulla proprietà privata, idolatra sé stesso ed esclude tutti coloro che sono senza proprietà. E sempre più distrugge la vita di tante persone e la Terra stessa.”
Le chiese devono affrontare questo problema. “I cristiani inizieranno a prendere seriamente tale compito-afferma il biblista tedesco Wolfang Stegemann-solo quando le chiese collettivamente agiranno in questo senso, quando esamineranno i loro bilanci per permettere che una parte consistente vada ai poveri. Perché ciò avvenga ci deve essere una reale conversione della nostra teologia e del nostro annuncio evangelico.Dobbiamo iniziare a capire che la “teologia del povero” è ormai un tema centrale della teologia. La relazione dei cristiani, delle chiese e dei teologi con la povertà globale non è semplicemente un esercizio di carità cristiana: sta diventando, piuttosto, una questione di autocomprensione cristiana. Ad essere in discussione non è semplicemente una pratica conseguenza della nostra fede nella rivelazione salvatrice di Dio in Cristo Gesù, ma è questa stessa fede. La parabola del giudizio finale in Mt 25,31-46 mostra che la nostra relazione al povero in questo mondo e la nostra relazione a Gesù Cristo, Figlio dell’Uomo, sono la stessa cosa. Per noi cristiani ricchi, una “teologia del povero” significa che la nostra riflessione teologica deve essere scossa dallo scandalo della povertà mondiale , e che non possiamo più agire come se Dio avesse scelto i ricchi del mondo”.

UN GIUBILEO ECO-FINANZIARIO

“E’ impossibile enfatizzare la forza del principio del Sabato, dell’ Anno della remissione del debito e del Giubileo- afferma nel suo straordinario studio Money and Possessions il noto biblista e attivista americano Walter Brueggemann- che riorientano profondamente l’approccio ai soldi e alla proprietà. Le pratiche ‘cananee’ nei tempi antichi e nei nostri tempi sono ormai diventate così accettate che criticarle o proporre alternative è diventato molto difficile. Eppure è quanto ha fatto la tradizione deuteronomica e il principio sabbatico. Potremmo pensare che una tale presa di posizione su denaro e proprietà costituisca pura fantasia nel ‘mondo reale’ dell’economia e della finanza. Ma un tale atto di immaginazione per quanto complesso, continua invece a rivificare un coraggioso immaginario alternativo. Così la biblista Sharon Ringe ha domostrato che la tradizione del Giubileo ha stimolato il pensiero evangelico nella comunità attorno a Gesù. Ma anche ai giorni nostri, l’inizio del nuovo millennio ha visto importanti iniziative per la cancellazione giubilare del debito. E’ impossibile sopravalutare l’importanza di questa tradizione per tanti aspetti dell’economia reale nel mondo reale. La tradizione attesta che tali pratiche portano beneficio alla terra, mentre la non osservanza di tali pratiche porta alla perdita del suolo. L’attuale attenzione a prendersi cura dell’ambiente è in profonda sintonia con le richieste del Giubileo. Certamente l’economia predatrice sta causando la perdita del suolo. Nel suo programmatico studio Debt: the first 5000 years sulla storia del debito, David Graeber conclude affermando :”Mi sembra che sia ormai giunta l’ora per un Giubileo biblico: uno che unisca il debito internazionale e il debito delle famiglie.” Penso che questa lunga citazione di uno dei maggiori biblisti contemporanei, W. Brueggemann, sia un’ottima sintesi di quello che ho tentato di suggerire in queste mie pagine. E condivido pienamente la conclusione : è tempo davvero di un altro Giubileo che unisca il perdono del debito insieme al salvataggio del Pianeta Terra come ci chiede papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’.
Oggi abbiamo bisogno di un altro Giubileo che sappia coniugare la dimensione finanziaria con quella ecologica: il riposo della terra.
“Non possiamo infatti affrontare la crisi del nostro ecosistema- afferma la nota economista inglese Ann Pettifor, che ha guidato la vittoriosa campagna del Giubileo 2000 per la remissione dei debiti ai paesi del Sud del mondo- senza riformare il sistema economico-finanziario. Una linea diretta collega il credito emesso dalle banche, che aprono il rubinetto della liquidità, senza preoccuparsi dell’utilizzo che viene fatto di quel denaro, e la spinta verso un sistema basato sull’iperconsumo e sull’iperproduzione e quindi sulle emissioni di gas serra.” Perché questo possa avvenire-sostiene sempre la Pettifor nel suo libro The case for the Green New Deal- il sistema finanziario globale deve di nuovo essere controllato dall’autorità pubblica, mentre oggi la finanza è controllata da autorità private(Wall Street, City di Londra…).
“Fintanto che la finanza non regolata- scrive il gesuita francese G. Giraud nel suo libro Transizione Ecologica, – prometterà rendimento del 15% l’anno, il risparmio non potrà essere investito in un programma di industrializzazione verde, che potrà essere redditizia solo nel lungo periodo. Spetta dunque a noi, in seno alla società civile, nelle nostre chiese, esigere dalla politica che adotti le misure che si impongono per regolare i mercati finanziari.” Il Sogno giubilare, che dovremo inseguire, secondo Giraud, è quello che “ denaro e crediti diventino beni comuni.”
Ecco perché in questo momento storico sarebbe importante un Giubileo che aiuti le comunità cristiane a ritrovare il “Gran Sogno di Dio” espresso nelle tradizioni giubilari e radicalizzato da Gesù. (Sarebbe straordinario se le chiese cristiane, riunite nel Consiglio Mondiale delle Chiese-WCC, dimenticando le polemiche passate sui giubilei, si accordassero per proclamare un Giubileo ecumenico!) Il Giubileo dovrebbe portare le Chiese a “una conversione ecologica- come afferma Papa Francesco nella Laudato Si’-, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.”

Napoli,16 luglio 2020

BIBLIOGRAFIA

1) W. Brueggemann-Money and Possessions- Westminster John Knox Press,2016
2) U. Duchrow and F.Hinkelamment – Transcending Greedy Money
3) R.Horsley, A Covenant Economics: a biblical vision of justice for all –Westminster John Knox Press, 2009
4) D.Meeks, God the Economist Fortress Press,1986
5) Sharon Ringe,Jesus, Liberation and the biblical jubilee
6) Ann Pettifor,The case for the green new Deal
7) Alex Zanotelli, Soldi e Vangelo, EMI,2013
8) Congregazione per la dottrina della fede,Oeconomicae et pecuniariae questiones, Editrice Vaticana,2018
9) F.Gesualdi, Le Catene del debito, Feltrinelli,2013
10) L.Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi
11) D.Millet and E.Toussaint ,Debitocrazia, Alegre
12) L.Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi
13) U.Duchrow, Property for people, not for profit, Zed Books
14) E.Chiavacci,Teologia Morale , Teologia morale e vita economica, Cittadella Editrice,1985
15) Ross Kinsler and Gloria Kinsler The Biblical jubilee and the struggle for life, Orbis Books,1999
16) ed.Ross Kinsler and Gloria Kinsler, God’s Economy-Biblical Studies from Latin America- Orbis 2005
17) U.Duchrow,Alternative al Capitalismo Globale, EMI
18) Ched Myers ,The biblical vision of Sabath economics, Tell the World Press
19) Ched Myers,Jesus’ New Economy of grace, Sojournes July-Aug. 1998